Filosofia e etica

Epoché: sospendere il giudizio come atto morale

Marzia Di Franco28 ottobre 2026Anno I • fascicolo 5 settembre–ottobreTempo di lettura 4 minuti

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Epoché: sospendere il giudizio come atto morale Ogni giudizio presuppone un metro. Raramente ci chiediamo di chi sia, e ancora meno quando il metro è il nostro. Lo si vede bene quando guardiamo indietro. Davanti a un uomo del Cinquecento che non la pensava come noi sulla schiavitù, o a un contadino di inizio Novecento che di fronte a un lutto dice soltanto che così ha voluto Dio, cerchiamo subito una parola: colpa, arretratezza, trauma. La parola arriva prima dell'oggetto, e non è sua: è nostra. Questo contributo parte da quel gesto, così comune da risultare invisibile, e propone di dare un nome a ciò che serve per non compierlo: epoché . Il presentismo e il suo doppio Gli storici lo chiamano presentismo : giudicare il passato come se chi lo viveva avesse i nostri strumenti, i nostri valori e le nostre domande. Condannare un uomo del Cinquecento perché non la pensava come noi sulla schiavitù o sulle donne ha una comodità evidente. Ci assicura di stare dalla parte giusta della storia, e non ci costa niente. Si nota ancora meno che esiste anche la versione speculare: quella rivolta al futuro. Quando decidiamo oggi che cosa sarà bene o male domani, usiamo lo stesso metro: le nostre categorie, proiettate in avanti. Immaginiamo che chi verrà dopo di noi giudicherà con i nostri criteri, o che dovrebbe farlo. È lo stesso errore girato dall'altra parte. In entrambi i casi il presente si prende il ruolo di misura unica, e in entrambi i casi nessuna osservazione può smentirlo, perché ogni cosa, passata o futura, viene letta a partire dal punto che ha già stabilito come giusto. Qui l'errore è anche logico, e non solo morale. Un giudizio che applica sempre la stessa griglia a qualsiasi oggetto non può mai essere messo alla prova da quell'oggetto: qualunque cosa il passato ci mostri, la griglia la assorbe. Una teoria che non può essere contraddetta dai fatti non può dirci niente sui fatti. E c'è l'errore morale, più scomodo: se il mio metro è l'unico, io ho sempre ragione. Non devo rischiare niente. Prendere in prestito un concetto Per Husserl l'epoché è la sospensione dell'atteggiamento naturale, cioè di quella fiducia ingenua con cui ammettiamo che il mondo sia esattamente come ci appare. Non è un dubbio scettico e non è un «non so»: è un mettere tra parentesi i presupposti per guardare il fenomeno come si dà, prima di decidere che cosa sia. Husserl parlava dell'esistenza del mondo e della coscienza, non di morale. Io prendo il concetto in prestito e lo allargo, consapevole che è un'estensione. Il gesto però mi sembra lo stesso: sospendere le categorie con cui sto per giudicare, il mio metro, la mia teoria su ciò che è giusto, per lasciare che l'oggetto mi mostri qualcosa che non avevo previsto. Questo uso largo ha dei precedenti. L'antropologia di Geertz lo pratica quando chiede al ricercatore di descrivere una cultura attraverso i significati di chi la vive, prima di classificarla con i propri. L'esempio famoso è la differenza tra un battito di ciglia e un ammiccamento: lo stesso movimento fisico, due gesti completamente diversi, e si distinguono solo se si entra nella rete di significati di chi lo compie. Una descrizione «spessa» nasce dalla sospensione preliminare di ciò che io so già. Un cantautore fenomenologo Mi è capitato di pensare che Fabrizio De André facesse questo lavoro, senza dirlo. Prendete le sue figure marginali: la prostituta, il ladro, il condannato e il matto. Non le assolve in nome di una morale più moderna e non le condanna in nome di quella del loro tempo. Le fa parlare, e chiede a chi ascolta di capire che cosa quella vita significava per chi la viveva, dentro quel paese, con quelle regole. Nel «Testamento di Tito» i comandamenti vengono riletti da chi li ha incontrati dal basso. Non si dice che la legge sia sbagliata. Si mostra che lo stesso precetto, detto a chi ha fame, ha un peso diverso da quello che ha per chi è sazio. La legge viene messa tra parentesi per un momento, abbastanza da vedere che cosa fa a una persona concreta. E in un altro verso, che torna spesso quando penso a questo tema, la pietà è descritta come ciò che non cede al rancore. Io la leggo così: la pietà è un'epoché. Sospende il rancore, cioè la categoria morale che avevo già pronta, per fare spazio all'altro. Non cancella il giudizio per sempre; lo rimanda quel tanto che serve a vedere. Il futuro e l'arrivo C'è un secondo uso possibile, che riguarda il tempo che verrà. Pensiamo i progetti, le carriere, le scelte di vita come se valessero solo per il traguardo a cui conducono, e li giudichiamo con quel criterio: se arrivo dove avevo detto, è stato un bene, altrimenti no. È un modo di anticipare il giudizio finale e di applicarlo a ogni passo. Sospendere la categoria dell'arrivo significa lasciare che il percorso valga per quello che è mentre lo si fa. De André lo dice con una formula che ha il pregio di non spiegarsi: il viaggio ha la sua ragione in sé. Qui sono più cauta: non è la stessa cosa del presentismo storico, e non lo presento come tale. Lo accosto perché in entrambi i casi la questione è la stessa, cioè quale metro stiamo usando e chi l'ha scelto. Perché è un atto morale Si potrebbe pensare che l'epoché sia una tecnica, un metodo di lavoro che il ricercatore adotta quando è ben addestrato. A me sembra più di questo. Una tecnica la si applica e basta; l'epoché invece comporta un rischio. Quando sospendo la mia categoria, concedo la possibilità che l'oggetto la contraddica. Potrei scoprire che l'uomo delle lettere non aveva bisogno della mia parola, o che il mio metro, con cui mi sentivo così sicura, misurava più me che lui. Lavorando con le persone, come psicologa e come responsabile di una squadra, vedo questo costo ogni giorno. Dare una diagnosi o un'etichetta a un collaboratore è rassicurante: so subito che cosa fare. Restare un po' di più nella descrizione, senza la parola pronta, è scomodo e lento, e spesso mi fa sbagliare il tempo. Ma è l'unico modo che conosco per accorgermi che l'altro non coincide con la mia categoria. Che cosa proporre Non sostengo che si debba rinunciare a giudicare. Sostengo che il giudizio abbia un ordine: prima la sospensione, poi la valutazione. E la seconda ne esce più solida se la prima è stata fatta davvero. Giudicare senza aver sospeso significa confermare ciò che già pensavamo. Restano aperte tre questioni, ed è su queste che vorrei portare la discussione. Come si riconosce, in un testo o in una pratica professionale, il momento in cui una categoria del presente si spaccia per metro universale? Che cosa distingue l'epoché dal relativismo, cioè la sospensione provvisoria dal rifiuto definitivo di valutare? E come si insegna un gesto che, per sua natura, si impara soprattutto sbagliando?[…]