Quando una donna arriva in cima, si raccontano il talento, la tenacia, gli studi e, a volte, qualche sconfitta diventata istruttiva. Sarebbe interessante aggiungere un’ulteriore voce alla biografia: chi le ha dato una mano quando ancora non era una persona alla quale darla era conveniente?
Chi l’ha presentata, preparata, incoraggiata, chi ha pagato un corso o suggerito di candidarsi a un posto che lei considerava fuori portata?
È da questa prospettiva che vale la pena guardare alle associazioni professionali femminili. Il loro contributo più significativo deve essere cercato negli anni precedenti alle fotografie con le socie illustri.
Nel 1868, a New York, la giornalista Jane Cunningham Croly contribuì a fondare Sorosis dopo essere stata esclusa, in quanto donna, da un pranzo della stampa in onore di Charles Dickens. La storia del club riporta un piccolo capolavoro di pedagogia conviviale: a un incontro in cui le donne avevano dovuto ascoltare gli uomini senza intervenire seguì un tè in cui agli uomini toccò la parte silenziosa. Si arrivò poi a una cena su basi paritarie in cui la parola non era negata a nessuno.
Da allora le organizzazioni femminili hanno assunto forme diverse: club culturali, reti professionali, associazioni di servizio, programmi di formazione e mentoring. Soroptimist, Zonta, le reti delle Business and Professional Women e, più recentemente, Professional Women’s Network, per dirne alcune, appartengono a questa storia, pur con finalità e strumenti differenti.
Per capire l’importanza di queste associazioni possiamo seguire una persona fuori dal comune. Beatrice Shilling, ingegnera britannica, infatti è un esempio magnifico. Negli anni Venti lavorò come apprendista con Margaret Partridge, attiva nella Women’s Engineering Society. Quell’ambiente la aiutò a prepararsi per l’università e ad accedere a un prestito per proseguire gli studi. La sua scheda universitaria era un capolavoro: la registrava come «Mr. Beatrice Shilling». Evidentemente, il modulo aveva meno immaginazione della studentessa.
Durante la Seconda guerra mondiale Shilling sviluppò un dispositivo che limitava un pericoloso problema di alimentazione dei motori degli aerei britannici durante alcune manovre. L’ingegno era suo, su questo non ci sono dubbi. L’apprendistato, l’incoraggiamento e il sostegno agli studi avevano contribuito a metterla nella condizione di esercitarlo. Riconoscere questa sequenza rende il merito più comprensibile, senza sottrarle nulla.
Un altro nome che vale la pena ricordare qui è quello di Andrea Ghez, Nobel per la fisica nel 2020. Nel 1987 aveva ricevuto una borsa Amelia Earhart di Zonta. Nel ricordarla, ha sottolineato il valore di quel primo riconoscimento e della fiducia ricevuta in un ambiente con poche donne. Nel 2021 Zonta l’ha nominata socia onoraria. Qui le date contano: la borsa precede di trentatré anni il Nobel. Possiamo documentare un sostegno arrivato all’inizio, senza pretendere di attribuirgli una scoperta scientifica.
Un esempio italiano che permette di seguire questo percorso è quello di Daniela Pedrini, ingegnera aerospaziale. Nel 2013 e nel 2014, durante il dottorato all’Università di Pisa, ricevette da Zonta International due borse Amelia Earhart da 10.000 dollari ciascuna per sostenere la propria ricerca. Dal 2015 ha assunto la responsabilità dei catodi per la propulsione elettrica spaziale in SITAEL. Poi il rapporto con l’associazione è cresciuto: nel 2017 ha fondato il primo Zonta e-club italiano e nel 2024 è arrivata a presiedere il comitato internazionale delle stesse borse che l’avevano aiutata. Sarebbe arbitrario attribuire all’associazione la sua carriera, ma il sostegno ricevuto e l’impegno restituito sono documentati. C’è anche qualcosa di particolarmente bello nel passaggio da candidata a responsabile del programma: aver conosciuto il valore di un aiuto e ritrovarsi nella posizione di farlo arrivare ad altre.
È questo il genere di biografia che mostra l'importanza a volte spartiacque dell’associazionismo: contiene un prima, un intervento concreto e un dopo. E permette di affrontare il punto delicato. Quanto del successo appartiene alla persona e quanto al fatto che un’organizzazione ha creato le condizioni per esprimere le proprie capacità e raggiungere il successo?
Si può provare a ricostruire un contributo: una borsa ha reso possibile un percorso, una mentore ha preparato una negoziazione, poi una presentazione ha aperto un colloquio. Infine qualcuno ha dovuto studiare, negoziare e sostenerlo quel colloquio. D’altra parte il merito personale comprende anche ciò che si è saputo fare con un’opportunità ricevuta.
In Italia questa storia ha radici e sviluppi vari. AIDDA, l’Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda, nacque a Torino nel 1961 per iniziativa di Elisabetta Tamagnone. Nella sua origine c’è un incontro con un’imprenditrice olandese: un contatto internazionale che si trasformò in un’organizzazione italiana. È già una piccola dimostrazione pratica del valore delle relazioni.
GirlsRestart è nata invece durante il primo lockdown del 2020. Le fondatrici sono Barbara Cominelli e Valeria Casani. La comunità ha fatto della condivisione di competenze, del mentoring e del sostegno ai progetti professionali strumenti di ripartenza. PWN, Professional Women’s Network, opera attraverso una rete internazionale e realtà cittadine, fra cui Milano e Roma, con presidentesse, rispettivamente, Vanina Stagno Piantanida e Laura Mercuri.
Per chi racconta queste organizzazioni, il nome famoso che fonda, presiede o partecipa attivamente è una scorciatoia irresistibile e facile, visto che basta una fotografia per documentare una presenza. Altra cosa è documentare una trasformazione: occorre tempo, racconti, testimonianze, e anche qualche verifica. Il rischio è che la socia già affermata diventi più visibile della donna che, grazie a un aiuto, ha compiuto il passaggio decisivo ma poco spettacolare di diventare chi è dopo.
Da questa asimmetria, però, sarebbe scorretto dedurre vanità delle associazioni o ingratitudine delle partecipanti. Le carriere hanno molte cause. Le persone possono voler proteggere passaggi difficili della propria storia. E un’associazione prudente può esitare ad attribuirsi un successo sul quale hanno lavorato in molti, a partire proprio dalla persona. Tutto possibile e tutto da verificare nei singoli casi.
Anche la ricerca invita a guardare dentro le attività. Uno studio di Hein, Diehl e Kreutzer, pubblicato online nel 2025 sul Journal of Management, ha esaminato quaranta eventi di networking femminile e raccolto settantacinque interviste. Il titolo contiene un’aspettativa eloquente: Magic Will Happen if You Gather Us in One Room. Riunire donne nella stessa stanza non garantisce da solo relazioni utili: contano la struttura degli incontri e il ruolo riconosciuto alle partecipanti. La sala può essere piena, il buffet impeccabile e il passo successivo ancora tutto da costruire.
Infine c’è la restituzione. Anche qui, cercare soltanto ringraziamenti pubblici restringe troppo il campo. Restituire può significare finanziare una borsa, presentare una professionista a un cliente o dedicare tempo a una persona all’inizio. Gesti poco visibili possono essere molto impegnativi e portare grandi risultati.
Vanina Stagno Piantanida, presidentessa di PWN Milan, offre un caso duplice: entrata nella rete nel 2015, ha partecipato ai programmi di mentoring sia come mentore sia come beneficiaria del mentoring. La sua biografia associativa documenta entrambe le posizioni, prima ancora di consentire qualsiasi giudizio sull’effetto della rete sulla sua carriera. È un buon punto da cui cominciare a raccontare come circola l’aiuto.
Il riconoscimento più soddisfacente per un’associazione è poter ricostruire il proprio lavoro nella vita di qualcuno. E per chi ha avuto successo, nominare una mano ricevuta può diventare un altro modo di tenderla.