Finisci le parole crociate o il sudoku, chiudi la Settimana Enigmistica e pensi di avere fatto ginnastica per il cervello. Hai certamente esercitato alcune capacità. Ma quanto di quell’esercizio che ti ha preso tempo e concentrazione ti servirà nella vita reale?

Diventare più bravi in un gioco e diventare più capaci di ragionare in generale sono risultati diversi. La ricerca distingue tre passaggi.

Il primo: migliori molto in quello che fai. Praticando sudoku impari strategie, riconosci configurazioni ed elimini possibilità con maggiore precisione. Nei cruciverba accumuli vocaboli, associazioni e familiarità con le definizioni. Diventi più veloce e puoi affrontare cruciverba sempre più complessi. È apprendimento autentico, ma specifico. In azienda si direbbe: verticale.

Il secondo: forse migliori anche in compiti vicini. Una strategia acquisita può aiutarti quando un altro esercizio condivide regole o operazioni mentali. Questo “trasferimento vicino” esiste, ma è meno affidabile e generalmente più circoscritto del miglioramento nell’attività praticata. Quanto viaggia l’apprendimento dipende anche da quanto si assomigliano i compiti. Ed è corretto chiedersi quali siano i  compiti nella vita reale simili al sudoku o alla Settimana Enigmistica: “sta in mezzo al mar Caspio”: “sp”.

Il terzo: migliori nell’intelligenza generale. Qui le prove diventano scarse e molto meno convincenti. Nella grande revisione del 2016, Daniel Simons e colleghi trovano molte evidenze di miglioramento nei compiti allenati, meno nei compiti simili e poche nei compiti lontani o nelle prestazioni cognitive quotidiane. Fare bene un esercizio non rende migliori nel comprendere problemi estranei a quell’esercizio.

Un esperimento pubblicato su Nature rende concreta la distinzione. Adrian Owen e colleghi coinvolsero 11.430 partecipanti in sei settimane di allenamento cognitivo. Le persone migliorarono negli esercizi praticati, senza mostrare un trasferimento ai test non allenati, anche quando misuravano capacità strettamente collegate.

E gli scacchi? Giovanni Sala e Fernand Gobet, esaminando scacchi, musica e allenamento della memoria di lavoro, concludono che il trasferimento lontano si verifica raramente, per non dire casualmente.

Il riconoscimento degli schemi ha un ruolo centrale nell’esperienza scacchistica. Gobet e Herbert Simon, hanno studiato come gli esperti ricordino configurazioni significative di pezzi, organizzate in unità di conoscenza. Ma una competenza sofisticata resta una competenza specifica e la sua complessità non garantisce che ci renda sempre o più spesso in grado di risolvere e comprendere competenze complesse diverse.

Sono stati studiati anche casi in cui entrano in scena vecchiaia, memoria e demenza. Immaginiamo una centenaria che completi un cruciverba e poco dopo non ricordi una visita appena ricevuta. Non sarebbe una contraddizione: conoscere parole e ricordare eventi recenti non sono la stessa funzione. La memoria semantica conserva significati e conoscenze mentre quella episodica riguarda gli avvenimenti vissuti.

Esiste persino un caso documentato. Il paziente H.M., colpito da una gravissima amnesia dopo un intervento cerebrale, continuava a risolvere cruciverba attingendo alle conoscenze precedenti. Brian Skotko e colleghi ne studiarono le capacità nel 2004: mostrava che un’abilità enigmistica può convivere con profondi deficit di memoria. 

Questo non significa che i cruciverba non abbiano alcun rapporto con il declino cognitivo. In questi argomenti quasi niente è una prova definitiva. Nel 2011, Jagan Pillai e colleghi rilevarono, in 101 persone che svilupparono demenza, un’associazione tra pratica dei cruciverba e insorgenza del declino accelerato della memoria circa due anni e mezzo più tardi. Era uno studio osservazionale e anche in questo caso è necessario utilizzare tutte le formule di cautela: lo studio non dimostrava che i cruciverba avessero causato quel ritardo dell'insorgenza, né che impedissero la malattia.

Roger Staff e colleghi seguirono invece 498 persone per circa quindici anni. L’impegno intellettuale era associato a prestazioni cognitive migliori, ma non a un rallentamento del declino legato all’età. Avere un livello più alto e perderlo più lentamente sono cose diverse.

Esistono anche risultati sperimentali favorevoli. Nel 2022, D. P. Devanand e colleghi assegnarono casualmente 107 persone con deterioramento cognitivo lieve a cruciverba o giochi cognitivi computerizzati. Dopo 78 settimane, i cruciverba risultarono superiori nella misura cognitiva principale. Mancava però un gruppo senza allenamento: il confronto non dimostra la prevenzione dell’Alzheimer, né un aumento dell’intelligenza generale nelle persone sane.

Sudoku, rebus e scacchi impegnano la mente. Il salto non dimostrato consiste nell’attribuire a quell’impegno un potenziamento generale. Diventiamo soprattutto più capaci nelle attività praticate; qualche beneficio può estendersi alle vicine; molto meno è dimostrato per quelle lontane. E l’abilità nel gioco, da sola, non racconta come stia funzionando tutto il resto.

Se l’apprendimento è soprattutto specifico, ne risulta che ad acquistare valore per l'intelligenza generale è la varietà, non essere verticali: ogni libro, ogni saggio, ogni esperienza, ogni dialogo con un professionista di qualcosa che non si conosce, persino un manuale pratico può aggiungere conoscenze e strumenti che ci rendono in grado di disporre di più schemi e quindi di essere più intelligenti.

Da queste ricerche sembra che l'intelligenza, dunque, aumenti attraverso tanti approfondimenti verticali, molto più che attraverso uno solo molto praticato o portato all’estremo,.

Riferimenti

  1. Simons D.J. et al. (2016), Do “Brain-Training” Programs Work?, Psychological Science in the Public Interest.

  2. Owen A.M. et al. (2010), Putting Brain Training to the Test, Nature.

  3. Sala G., Gobet F. (2017), Does Far Transfer Exist?, Current Directions in Psychological Science.

  4. Gobet F., Simon H.A. (1996), Recall of Random and Distorted Chess Positions, Memory & Cognition.

  5. Skotko B.G. et al. (2004), Puzzling Thoughts for H.M., Neuropsychology.

  6. Pillai J.A. et al. (2011), Association of Crossword Puzzle Participation with Memory Decline in Persons Who Develop Dementia, Journal of the International Neuropsychological Society.

  7. Staff R.T. et al. (2018), Intellectual Engagement and Cognitive Ability in Later Life, BMJ.

  8. Devanand D.P. et al. (2022), Computerized Games versus Crosswords Training in Mild Cognitive Impairment, NEJM Evidence.