Il farmacista, il marito e la domanda che non ha risposta
Un uomo ha la moglie gravemente malata, esiste un farmaco che potrebbe salvarla ma il farmacista che lo produce chiede dieci volte il costo di produzione. L’uomo non ha i soldi, ha provato tutto, nessuno lo aiuta. Ruba il farmaco.
Ha fatto la cosa giusta?
Lawrence Kohlberg ha usato questo scenario (noto come dilemma di Heinz) per quasi trent’anni, non per trovare una risposta ma per studiare come le persone ragionano per arrivarci. La scoperta non è stata che alcune risposte sono giuste e altre sbagliate ma piuttosto che il livello di ragionamento morale determina la qualità della risposta molto più della risposta stessa (Kohlberg, 1981).
Chi ragiona al livello convenzionale (il più diffuso nella popolazione adulta) risponde in base alle regole: rubare è illegale, quindi è sbagliato; il farmacista ha diritto di chiedere il prezzo che vuole. Le regole esistono per tenere insieme la società e chi le viola, indipendentemente dal motivo, mina l’ordine su cui tutti facciamo affidamento.
Chi ragiona al livello post-convenzionale (che Kohlberg stima riguardi meno del 15% degli adulti) risponde diversamente: le regole sono strumenti, non fini. Esistono per proteggere la dignità e i diritti delle persone. Quando una regola contraddice il principio per cui è stata creata, la persona ha il dovere morale di trascenderla. La vita della moglie vale più del diritto di proprietà del farmacista.
La correttezza sta da una parte e l’umanità dall’altra. Purtroppo non sempre coincidono.
La razionalità senza emozioni decide peggio
C’è una scoperta delle neuroscienze che rende questa tensione ancora più interessante.
Antonio Damasio, alla fine degli anni Ottanta, ha studiato pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventromediale (quel pezzo di cervello che integra le emozioni nei processi decisionali). Queste persone avevano la razionalità perfettamente intatta: ragionavano, calcolavano, analizzavano; tuttavia non provavano emozioni in relazione alle proprie scelte.
Il risultato atteso era che decidessero meglio, libere dalle distorsioni emotive, guidate dalla pura logica. Il risultato reale fu il contrario: decidevano peggio, molto peggio, fino a non riuscire a decidere affatto. Passavano ore a valutare opzioni banali, prendevano decisioni finanziarie disastrose, non riuscivano a mantenere relazioni. La razionalità senza la guida delle emozioni non produce chiarezza: produce paralisi o errore (Damasio, 1994).
Damasio ha chiamato questo meccanismo “ipotesi del marcatore somatico”: le emozioni funzionano come segnali rapidi che il corpo invia al cervello per orientare le scelte. Non sostituiscono il ragionamento, lo guidano, lo accelerano, gli danno direzione. Senza di esse, il cervello razionale è come una bussola senza ago: funziona perfettamente, ma non indica niente.
La correttezza è un costrutto razionale, l’umanità è un costrutto emotivo e Damasio ci dice che il secondo non è il nemico del primo: ne è il prerequisito.
Due linguaggi morali
Kohlberg ha costruito la sua teoria attorno a un concetto di moralità fondato sulla giustizia: le regole, i diritti, i principi universali. Carol Gilligan, sua collega e poi critica, ha proposto che esista un secondo linguaggio morale altrettanto evoluto e sofisticato, fondato sulla cura: le relazioni, la responsabilità verso l’altro, l’attenzione al contesto specifico della persona che hai davanti (Gilligan, 1982).
Nel linguaggio della giustizia, la domanda morale è: “qual è la regola corretta da applicare?”
Nel linguaggio della cura, la domanda è: “cosa serve a questa persona in questa situazione?”
Le due domande possono anche produrre la stessa risposta, ma quando non succede (e succede di rado) la prima sceglie la coerenza con il sistema, la seconda sceglie il benessere della persona. A mio avviso è profondamente ingenuo pensare che la prima sia sempre sufficiente.
Il manager, la policy e la persona
Facciamo un salto oltre la filosofia e andiamo verso quello che accade ogni giorno, in ogni organizzazione.
Un dipendente attraversa un periodo personale difficile: la performance cala e la policy aziendale prevede un percorso formale (obiettivi misurabili, verifica a tre mesi, conseguenze se gli obiettivi non sono raggiunti). La procedura è corretta.
Il manager che applica la policy alla lettera sta facendo la cosa giusta secondo le regole. Il manager che si ferma, chiede cosa sta succedendo, offre un margine di flessibilità e cerca una soluzione che tenga insieme la persona e il risultato sta facendo qualcosa di diverso: sta scegliendo l’umano sopra il corretto.
La policy esiste per una ragione: protegge l’organizzazione dalla discrezionalità arbitraria, garantisce equità di trattamento, crea prevedibilità. Sono funzioni reali e importanti costruite a condizioni che in chimica sarebbero definite STP (Standard di Temperatura e Pressione). Ma una policy che non prevede spazio per il giudizio umano è una policy che ha sostituito il pensiero con l’esecuzione.
Il livello post-convenzionale nel management è più raro, più faticoso e più rischioso: significa guardare la regola, capire perché esiste, e decidere se in questa specifica situazione applicarla alla lettera serve il principio per cui è stata creata o lo tradisce.
Il rischio dell’umano senza il corretto
Sarebbe disonesto non affrontare il rischio simmetrico.
L’umanità senza la struttura della correttezza è arbitrio puro, quasi anarchico, forse persino caotico. Se ogni decisione dipende dal “sentire” del momento, dall’empatia di chi decide, dalla relazione personale con chi è coinvolto, il risultato è un sistema dove le regole non significano niente e dove conta solo chi conosci o chi ti sta simpatico. Diventa favoritismo con un nome più nobile perché le tue emozioni saranno sempre più forti là dove esiste una relazione.
Le regole servono: proteggono chi non ha potere dalla discrezionalità di chi ce l’ha. Creano un pavimento sotto il quale nessuno può cadere e garantiscono che la risposta a una situazione non dipenda dall’umore o dai pregiudizi di chi risponde.
Scegliere tra corretto e umano non è il punto, è necessario riconoscere che la correttezza è una condizione necessaria ma non sufficiente.
La maturità è tenere insieme le due cose
Kohlberg direbbe che il livello più alto di sviluppo morale non è scegliere tra regole e umanità: è saper tenere insieme entrambe, usando le regole come struttura e l’umanità come guida.
Damasio direbbe che il cervello funziona già così: le emozioni non sono l’opposto della razionalità, ne sono il complemento necessario. Un cervello che ragiona senza sentire è un cervello che funziona male.
Gilligan direbbe che una società che parla solo il linguaggio della giustizia e non quello della cura è una società a metà: tecnicamente funzionante e profondamente carente.
La correttezza è un risultato del pensiero, l’umanità è un risultato del sentire. La prima si impara studiando le regole, la seconda si impara guardando le persone. E nessuna delle due, da sola, è sufficiente a orientarsi nel mondo perché il mondo è fatto di regole e di persone, e le prime dovrebbero esistere per servire le seconde, non il contrario.
La distorsione avviene quando ci si confronta sulle sole regole, in un mondo che fa del legiferare uno sport agonistico. Dove il confronto umano si infrange su concetti come “eh, ma dobbiamo rispettare l’accordo X invece che la delibera Y”.
La prossima volta che vi trovate a scegliere tra la risposta corretta e quella umana, chiedetevi una cosa: la regola che sto applicando serve la persona che ho davanti o serve sé stessa?