Nel cartone animato Heidi, ricordiamo tutti il personaggio di Clara Sesemann. È la bambina sulla sedia a rotelle senza che nessuno mai dica a causa di quale patologia. Fragile e pallida, vive a Francoforte in una casa enorme, con una governante terribile e il padre spesso fuori per lavoro.

Quando arriva, Heidi porta quella spensieratezza gioiosa che mancava in quella casa. Poi si trasferiscono sulle Alpi dove Clara respira aria buona, beve latte fresco, si riscalda al sole e fa esercizio. Sulle Alpi Clara diventa più forte anche se si scoraggia facilmente ed è incostante. Heidi si esaspera e arriva ad arrabbiarsi con lei fino a maltrattarla: Clara deve provare a camminare e deve volerlo per riuscirci!

E infatti: Clara lo vuole e ci riesce.

Alla fine quando arrivano Herr Sesemann e la nonna, Clara va loro incontro in piedi. Il padre la guarda, incredulo e commosso!

Noi bambini degli anni Settanta e Ottanta capivamo perfettamente cosa dovevamo vedere in questa sequenza di fatti non causali. Il miracolo, il premio e la speranza. Clara ce l’aveva fatta: un po’ da sola, un po’ maltrattata e un po’ coccolata da Heidi mentre le caprette salutavano facendo ciao.

Ho visto questo episodio per caso con mia figlia Margherita quando aveva intorno ai cinque anni. Margherita ha davvero bisogno di una sedia a rotelle. Noi la diagnosi la conosciamo benissimo e sappiamo anche che l’aria delle Alpi non le servirebbe a niente.

Margherita vide che Clara, con la quale aveva solidarizzato all’inizio della serie, si era alzata e, con la franchezza che hanno i bambini, mi disse chiaramente: “Clara faceva finta, ci ha preso in giro. Questa è una bizza! se sa camminare, perché è stata tutto questo tempo sulla sedia a rotelle a lamentarsi?”

Nell’anime giapponese del 1974 la condizione di Clara è presentata come reale anche se non si parla della diagnosi, e il recupero viene costruito progressivamente a forza di bicchieri di latte e sole delle Alpi.

Margherita ci aveva visto qualcosa che io da bambino non vedevo e che tutti quelli che la mettono ancora in onda continuano a non vedere: una super bizza. Una che la fa lunga, che non ha una vera disabilità e che guarisce quando le pare. 

E io noto oggi che la storia gioca sulla zona ambigua e diagnosticamente inesistente in cui il limite fisico si mescola alla volontà.

Perché gli autori fanno dipendere la guarigione di Clara dalla sua volontà?

Johanna Spyri pubblicò i due libri di Heidi nel 1880 e nel 1881. Quasi un secolo dopo, nel 1974, Isao Takahata ne fece in Giappone la serie animata che conosciamo, alla quale lavorò anche Hayao Miyazaki. Due epoche lontanissime, due culture diverse, eppure una cosa rimane intatta tra libro e conversione in anime: la storia di Clara raggiunge il suo compimento quando Clara cammina.

C’è però una differenza enorme tra il 1880 e il 1974. Quando Johanna Spyri scrive il libro, la disabilità appartiene ancora quasi interamente al territorio dell’assistenza e della beneficenza. In Svizzera durante l’Ottocento erano nate istituzioni separate per bambini sordi, ciechi, con disabilità intellettive e, dal 1864, anche per bambini con disabilità fisiche. L’idea che una persona con disabilità potesse rivendicare il diritto a rimanere esattamente nella propria condizione fisica e chiedere invece alla società di renderle possibile una vita piena era ancora molto lontana.

Vista da lì, Clara funziona perfettamente. È una bambina malata e la conclusione migliore della sua storia è smettere di esserlo. La medicina non riesce a guarirla, ma ci riescono le montagne, il latte, l’esercizio, Heidi e una buona dose di volontà. È una soluzione ottocentesca a un problema pensato in modo ottocentesco.

Quasi un secolo dopo, quando Isao Takahata realizza la serie animata, sta invece succedendo qualcosa di molto grosso nel mondo. E succede naturalmente anche in Giappone.
Dalla fine degli anni Sessanta persone con disabilità fisiche anche gravi cominciano a contestare apertamente l’idea che il loro destino naturale sia vivere chiusi in casa o negli istituti. Chiedono perché una persona in sedia a rotelle non possa prendere un autobus, entrare in una stazione, andare al cinema o semplicemente attraversare una città.

In Giappone nascono azioni pubbliche contro l’inaccessibilità dei trasporti e delle strade e, verso la metà degli anni Settanta, gruppi di persone con disabilità cominciano a produrre vere e proprie mappe dell’accessibilità urbana.

C’è soprattutto un movimento molto interessante già attivo dal 1957, Aoi Shiba no Kai, l’associazione dell’Erba Verde, nata tra persone con paralisi cerebrale. Intorno al 1970 diventa una delle esperienze più radicali del movimento giapponese delle persone con disabilità.

Al centro c’è un’idea che oggi ci sembra quasi ovvia ma allora non lo era affatto: la persona con disabilità non è soltanto qualcuno del quale occuparsi. È un soggetto che parla per sé, pretende diritti e mette in discussione il modo in cui chi non ha disabilità ha deciso che dovrebbe essere la sua vita.

Il contrasto diventa ancora più impressionante perché il Giappone di quegli anni contiene contemporaneamente idee opposte. Tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta alcune amministrazioni avevano promosso politiche descritte esplicitamente come movimenti per evitare la nascita di «bambini infelici», legando prevenzione della disabilità e diagnosi prenatale. Proprio contro quella concezione si sviluppò una parte della protesta delle persone con disabilità.

E nel 1970 il Giappone approva anche la sua prima legge fondamentale sulle persone con disabilità. Era ancora una legge fortemente legata alla prevenzione, alla riabilitazione e alla protezione, quindi molto distante dall’idea contemporanea di disabilità. Ma rappresentava comunque l’ingresso della questione nella responsabilità pubblica dello Stato.

In Italia stava succedendo qualcosa di simile. Nel 1971 la legge 118 stabilisce che gli alunni con disabilità devono poter raggiungere la scuola, entrarvi superando le barriere architettoniche e ricevere assistenza durante l’orario scolastico. La stessa legge dice una cosa ancora più concreta: gli edifici pubblici devono diventare accessibili e i trasporti pubblici, comprese metropolitane e tram, devono poter essere utilizzati anche dagli «invalidi non deambulanti», come si diceva allora.

Nel 1977 la legge 517 porterà molto più avanti il principio dell’integrazione degli alunni con disabilità nella scuola ordinaria.

Anche a livello internazionale qualcosa si stava muovendo. Nel dicembre 1975, un anno dopo l’uscita di Heidi, le Nazioni Unite approvarono la Dichiarazione sui diritti delle persone disabili. Il linguaggio è ancora quello dell’epoca e conserva una forte impronta riabilitativa, ma compaiono chiaramente dignità, diritti civili e politici, integrazione sociale e accesso ai servizi. Nel 1976 l’ONU deciderà poi di dedicare il 1981 all’Anno internazionale delle persone con disabilità.

È questo che rende il cartone del 1974 più interessante del romanzo del 1880.
Takahata prende una storia scritta quando la risposta migliore che si riusciva a immaginare per Clara era guarirla e la porta quasi intatta dentro un mondo che sta cominciando a  chiedersi l'opposto: e se Clara non guarisse cosa succederebbe? potrebbe comunque essere felice? ne ha diritto?

È il passaggio, ancora incompleto negli anni Settanta, da una domanda all’altra. Prima: come facciamo a rendere Clara il più possibile simile agli altri? Poi: come facciamo a costruire un mondo nel quale Clara possa vivere come gli altri anche se continua a essere Clara?

La serie animata nasce esattamente sulla faglia tra queste due idee. Ma quando deve decidere quale finale dare alla bambina sulla sedia a rotelle, sceglie ancora quello del 1881.

Anche se proprio in quegli anni cominciava a diventare pensabile un’altra soluzione alla storia. Non cambiare Clara ma cambiare Francoforte. Cambiare la scuola, la casa, le strade, i mezzi di trasporto e gli atteggiamenti delle persone intorno a lei. Fare in modo che quella sedia a rotelle potesse portarla dappertutto.

Non c’è niente di offensivo nel desiderare di camminare. Se domani la medicina permettesse a una persona che non cammina di farlo, sarebbe perfettamente comprensibile esserne felici.

Il cartone animato infatti pecca perché sembra non concedere a Clara un’altra felicità disponibile che non sia camminare.

Può avere Heidi. Può avere suo padre. Può avere le montagne. Può ridere, imparare, diventare più forte, uscire dalla casa nella quale era rinchiusa e scoprire il mondo. Ma la sua storia rimane incompleta. Perché lei nell’intenzione degli autori rimane incompleta. Il lieto fine arriva soltanto quando Clara cammina.

E infatti il padre, nel finale, non torna trovando semplicemente sua figlia felice. Trova sua figlia in piedi.

Centocinquant’anni dopo il libro e più di cinquant’anni dopo il cartone animato mi chiedo che cosa sarebbe successo se Clara non si fosse mai alzata. Clara sarebbe potuta crescere, avrebbe potuto studiare, innamorarsi, avere amici, viaggiare, lavorare, diventare una donna interessante, sposarsi e avere dei figli, continuando a non camminare. Mi vengono in mente decine di donne su sedia a rotelle che lo fanno e lo hanno fatto.

Poteva amare le montagne senza che le montagne la guarissero? Poteva suo padre arrivare alla fine della storia, trovarla ancora sulla sedia a rotelle e pensare: mia figlia è felice e io le voglio un sacco di bene?

Quella storia non è stata scritta. La carrozzina, anzi, deve essere distrutta. È un oggetto narrativamente molto interessante. All’inizio permette a Clara di muoversi.
Per una persona che non cammina una carrozzina è proprio questo: mobilità, autonomia e tutte le possibilità. Ma nella storia di Clara no, ha un altro significato: una gabbia paradossale in cui vorrebbe tornare quando ha paura di camminare.

La paura di camminare è la disabilità di Clara? Una gabbia, un giogo che deve essere distrutto per essere liberi di essere felici. Infatti l'autore la fa precipitare in un dirupo e la rende inservibile, la fa uscire tragicamente (per lei) di scena.

Pensiamo alla forzatura semantica: da strumento di libertà la sedia a rotelle è diventata simbolo della condizione dalla quale Clara deve liberarsi.

La speranza

Heidi è una storia piena di speranza. Ma che speranza offre a Clara? Perché se diciamo a una bambina con disabilità che deve avere speranza, prima o poi dovremmo avere il coraggio di completare la frase.

Speranza di che cosa? Di vivere bene? Di essere amata? Di trovare il proprio posto nel mondo? Di avere autonomia? Di essere desiderata? Di avere davanti una vita interessante e magari felice?

Oppure speranza di non essere più com’è? È questa la speranza che il racconto assegna a Clara.

Ed è qui che torno a Margherita davanti alla televisione. Noi da bambini vedevamo Clara e pensavamo: che bello, finalmente cammina. Margherita guardava la stessa scena sapendo una cosa che noi non sapevamo o a cui non pensavamo: che una sedia a rotelle può non essere il prologo di una guarigione. Può essere semplicemente il modo in cui una persona attraverserà il mondo e tutta la sua vita, essendo felice.