Mi sono trovato ad ascoltare le parole di un Generale, un uomo che stimo molto, alle sue truppe. Tra le cose che ha detto mi è rimasta impressa una frase. Non ricordo le parole esatte, ma il concetto era questo: la famiglia del soldato è parte integrante della sua capacità di servire.
Mi è sembrata una considerazione bellissima. E, come spesso accade con le frasi che contengono qualcosa di importante, ho cominciato a indagare i confini di questa importanza ed ho trovato due significati diversi e complementari. Non so se il Generale abbia volutamente evitato di sciogliere il dubbio su quale significato intendesse: Forse soltanto il primo, il più esplicito. Forse entrambi. O forse il primo per alcuni e il secondo per altri. Sarebbe stato un discorso diverso per persone diverse nello stesso momento con le stesse parole. Una magia linguistica.
Il primo significato è abbastanza evidente. Un soldato che ha alle spalle una famiglia che lo sostiene, che comprende il suo lavoro, che ne accetta le assenze, i sacrifici e qualche volta i rischi, è probabilmente un soldato migliore. È più sereno, più concentrato, mai solo. Sa che qualcuno lo aspetta, che qualcuno si occupa delle cose che lui non può seguire e che qualcuno condivide, almeno in parte, il peso delle sue responsabilità.
La famiglia, in questa modalità, è un sistema che lo rende più capace di proteggere gli altri.
E naturalmente questo si può estendere anche oltre il contesto militare. Vale per un medico, per un insegnante, per un imprenditore, per chiunque abbia un compito da svolgere e delle responsabilità da assumere. Una famiglia che funziona è una parte importante della forza con cui affrontiamo il mondo.
Ma c'è la seconda interpretazione, meno immediata, un po' nascosta dietro la forza dell'evidenza della prima interpretazione.
E se avere una famiglia aumentasse la nostra capacità di servire non soltanto perché qualcuno ci sostiene, ma perché abbiamo qualcuno di cui essere responsabili?
Non parlo più della famiglia che ci aiuta a fare meglio il nostro lavoro, ci prepara lo zaino o la cartellina. Parlo della famiglia che cambia il significato stesso del nostro lavoro, delle nostre scelte e della nostra presenza nel mondo.
Quando diventi padre o madre, qualcosa cambia. Lo sa chi ha avuto la fortuna di diventarlo. Non diventi più intelligente, più coraggioso o più buono. Non c'è nessuna trasformazione miracolosa. Ma aumentano enormemente i tuoi doveri, l'importanza che ha la tua vita direttamente su altre vite. E così può aumentare anche la rilevanza della tua esistenza.
Prima potevi permetterti di pensare soprattutto a te stesso, al tuo benessere, alle tue soddisfazioni e perfino ai tuoi fallimenti. Adesso c'è qualcuno che dipende da te. Qualcuno al quale non devi soltanto procurare da mangiare, una casa e un'istruzione.
Devi anche consegnargli un mondo nel quale valga la pena vivere. E allora quel mondo comincia a riguardarti in maniera diversa.
La giustizia, la sicurezza, la libertà, l'onestà o il rispetto del prossimo, smettono di essere soltanto principi sui quali avere un'opinione. Diventano condizioni concrete della vita di qualcuno che ami. Il futuro smette di essere un'astrazione, perché ha un volto, un nome e una data di nascita.
Non sostengo che chi non ha figli valga meno, né che tutti i genitori diventino persone migliori. Sarebbe una sciocchezza. Sostengo una cosa diversa: avere qualcuno di cui siamo profondamente responsabili può cambiare la misura con cui valutiamo noi stessi e ciò che facciamo.
Il soldato con una famiglia non ha soltanto qualcuno che lo aiuta a servire. Ha anche una ragione in più per farlo. Non combatte necessariamente meglio perché è più tranquillo. Può combattere meglio perché sente più profondamente che cosa meriti di essere difeso.
E qui la parola servire diventa straordinaria. Perché servire non significa soltanto eseguire un ordine o compiere un dovere professionale. Significa riconoscere che esiste qualcosa da rispettare con più forza e con più impegno di noi stessi.
Forse la famiglia, quando riesce a essere ciò che dovrebbe, fa proprio questo: ci sposta dal centro del mondo e, paradossalmente, rende la nostra presenza nel mondo più importante.