Nella mitologia greca, avere figli era una faccenda rischiosa soprattutto per chi aveva un regno. Prima o poi arrivava una profezia: il bambino avrebbe spodestato il padre, avrebbe fatto qualcosa anche alla madre e poi il padre spesso l'avrebbe anche ucciso, per sicurezza. La nascita dell’erede, invece di rassicurare sulla continuità della dinastia, diventava una minaccia alla permanenza del fondatore.
Crono è il caso più esplicito. Avvertito da Gea e Urano che sarebbe stato spodestato da un figlio, ha inghiottito i bambini appena nati. Rea è riuscita a salvare Zeus sostituendolo con una pietra avvolta nelle fasce. Zeus è cresciuto e come volevasi dimostrare ha rovesciato il padre.
Una volta al comando, Zeus mostrò di avere imparato soprattutto la parte sbagliata della lezione. Secondo la profezia, la sua Metis avrebbe generato prima Atena e poi un figlio destinato a regnare al suo posto. Zeus inghiottì allora Metis, già incinta di Atena, impedendo la nascita del futuro rivale. In questa storia la successione viene effettivamente bloccata: il potere resta al padre, mentre la possibilità di superarlo viene eliminata prima ancora di esistere. Poi Atena nascerà in maniera rocambolesca, con teste divise in due che si rimettono insieme magicamente: questa era la mitologia. Cose che sembravano irreparabili venivano riparate.
Tra i mortali, Laio di Tebe mandò a morte il piccolo Edipo perché l’oracolo della pizia gli aveva annunciato che Laio sarebbe morto per mano sua e che Edipo avrebbe preso in sposa la madre (di Edipo).
Edipo sopravvisse e, molti anni dopo, in effetti uccise Laio, senza sapere che fosse il padre e ne prese la moglie, che era la madre dello stesso Esopo.
Ancora, Acrisio, avvertito che sarebbe stato ucciso dal figlio di sua figlia Danae, rinchiuse lei e poi abbandonò madre e bambino in mare. Il nipote era Perseo: sopravvisse e finì per colpirlo accidentalmente con un disco durante una gara. Neanche le precauzioni bastavano sull'Olimpo.
Letti accanto a certe imprese familiari contemporanee, che per certi versi è dire sul nuovo Olimpo, questi racconti assumono una curiosa familiarità. Il fondatore desidera che i figli continuino la sua opera, ma può trovare molto meno desiderabile che comincino a decidere. Li vuole preparati, purché la preparazione non produca opinioni troppo autonome. Li vorrebbe intraprendenti, salvo interrogarsi sulle loro intenzioni quando prendono un’iniziativa. Figuriamoci quanto temono l'alleanza delle quote tra figlio maggiore e moglie del fondatore.
Il punto, in questa lettura, è la sovrapposizione tra azienda e identità personale. Chi ha costruito un’impresa può avervi concentrato competenze, relazioni, sacrifici e riconoscimento sociale. Cedere una decisione significa allora perdere qualcosa di più di una prerogativa organizzativa. Un figlio capace rende visibile la possibilità che l’azienda funzioni anche senza il suo fondatore. È una buona notizia per l’impresa, ma può essere un’esperienza scomoda per chi l’ha fondata. E allora conviene spegnere tutte le luci che brillano.
Così il passaggio resta sempre prossimo e mai presente. I figli sono ancora giovani, poi ancora inesperti, poi ormai troppo diversi da chi dovrebbe affidare loro il comando. Se rimangono fuori dalle decisioni, non maturano l’esperienza richiesta per entrarvi, se sono troppo competenti il linguaggio non è più quello del padre: piccole profezie che si confermano da sole.
Naturalmente è un’analogia, non una diagnosi delle aziende familiari. Ma gli antichi avevano colto una paura riconoscibile: vedere nella crescita dei figli l’annuncio della propria irrilevanza.