Per una Chiesa ad alta intensità


La Chiesa cattolica ha un problema di assimilazione. Solo che riguarda chi è prete consacrato, che è dentro la Chiesa ma non più assimilato.

Uso volutamente una parola politicamente sovraccarica: remigrazione. Naturalmente non verso qualche Paese di origine. Verso la società civile, temporale, verso una vita fuori dalla Chiesa: verso quello spazio amplissimo nel quale ciascuno è libero di essere progressista, conservatore, socialista, liberale, relativista, pacifista, movimentista o di costruirsi una religione personale scegliendo ciò che gli piace da quelle esistenti.


Questo perché un sacerdote non è semplicemente un cittadino che parla di religione. Ha studiato una dottrina, ha chiesto liberamente di essere ordinato, è entrato in una struttura gerarchica, ha ricevuto un sacramento e un mandato e, in molti casi, una comunità da guidare. La questione quindi non è se un prete possa avere opinioni personali. Certamente può. Ma non ha mai ricevuto dalla Chiesa il mandato di inventarsi la sua propria versione personale della Chiesa.


Il diritto canonico è piuttosto chiaro: il canone 273 impone ai chierici uno speciale obbligo di rispetto e obbedienza al Papa e al proprio Ordinario. Il canone 279 prescrive che continuino gli studi sacri e seguano «la solida dottrina» fondata sulla Scrittura e tramandata dalla Chiesa. I canoni 750-754 disciplinano l'adesione alle verità di fede e al Magistero. E il canone 528 dice che il parroco deve fare in modo che la Parola di Dio sia annunciata integralmente e che i fedeli siano istruiti nelle verità della fede. Integralmente è una parola impegnativa. Non significa scegliere ogni domenica il pezzo meno urticante. Non significa saltare la Parola quando può disturbare, o interpretarla nella maniera più morbida.

La Congregazione per il Clero lo ha spiegato ancora meglio: il sacerdote deve essere un modello di adesione al Magistero; il parroco è responsabile della predicazione dell'«autentica dottrina cattolica» e deve fare in modo che le attività parrocchiali si svolgano conformemente alla retta dottrina e alla disciplina ecclesiale. Lo stesso documento dice che occorre superare persino il «timore e complesso» nel richiamare la disciplina della Chiesa.

Il paradosso di Drucker

Peter Drucker raccontò un caso interessante in Managing Oneself. Confrontava due chiese protestanti americane. La prima cercava soprattutto di far entrare persone: prima portiamole in chiesa, poi cresceranno spiritualmente. La seconda pretendeva invece un coinvolgimento religioso molto più serio e tendeva ad allontanare chi entrava senza partecipare realmente alla vita spirituale della comunità.

A prima vista la seconda cresceva più lentamente. In realtà conservava una quota molto maggiore dei nuovi membri e la sua crescita risultava più solida. Per Drucker era soprattutto una questione di valori organizzativi: un'organizzazione deve sapere che cosa considera veramente importante e non può prosperare indefinitamente se l'appartenenza diventa incompatibile con quei valori.

Qualche decennio prima Dean Kelley aveva già descritto un fenomeno simile in Why Conservative Churches Are Growing: le comunità religiose più esigenti mostravano spesso maggiore capacità di generare significato, disciplina e coinvolgimento.

Nel 1994 Laurence Iannaccone formulò il problema in termini ancora più netti nell'articolo Why Strict Churches Are Strong, pubblicato sull'American Journal of Sociology. Le organizzazioni religiose esigenti riescono, in determinate condizioni, a ridurre il free riding: scoraggiano chi desidera soltanto i vantaggi dell'appartenenza e aumentano la partecipazione di chi rimane. La severità agisce contemporaneamente come selezione e come investimento.

La sociologa Rosabeth Moss Kanter aveva osservato un meccanismo analogo studiando le comunità utopistiche americane dell'Ottocento: sacrificio, investimento personale, rinuncia e comunione erano fra i meccanismi che distinguevano le comunità durevoli da quelle rapidamente dissolte.

La conclusione non è che più divieti equivalgano automaticamente a più fede. Sarebbe infantile. La conclusione è che un'appartenenza che non costa niente tende anche a valere poco. Ed è possibile che la Chiesa abbia commesso precisamente questo errore: nel tentativo di non perdere nessuno, ha progressivamente diminuito ciò che significa appartenere e in Italia almeno si sta sbriciolando perdendo ogni giorno pezzetti.

Una Chiesa ad alta intensità

Non sto immaginando il ritorno alla caricatura del parroco che misura la gonna delle ragazze. Sto immaginando una Chiesa ad alta intensità. Una Chiesa nella quale chiunque possa entrare, ma nella quale entrando sia evidente di essere entrati da qualche parte. La distinzione è essenziale. La porta può essere aperta a tutti senza che la soglia debba scomparire.

Il cristianesimo può accogliere il peccatore senza dichiarare inesistente il peccato, ma non può far finta che il peccato non ci sia. Può accogliere chi non crede senza sostenere che credere o non credere sia sostanzialmente la stessa cosa. Può rispettare il musulmano, il buddhista o l'ateo senza per questo affermare che tutte le religioni siano equivalenti, neppure moralmente equivalenti. Può e deve avere una scala morale dei valori da applicare a religioni o azioni.

La stessa Dominus Iesus respinge esplicitamente l'idea relativistica secondo cui «una religione vale l'altra», pur confermando il rispetto per quanto di vero e santo possa trovarsi nelle altre tradizioni religiose. Per la dottrina cattolica Cristo non è una possibilità religiosa fra molte equivalenti: è il centro della propria pretesa di verità. Se non si è più disposti a dirlo, rimane da capire in che senso quella religione continui a essere il cattolicesimo. E la Chiesa e chi fa parte della Chiesa, dal Papa fino ai credenti devono sostenere la parola di Cristo e respingere gli attacchi alla Chiesa e a Cristo.

Anche la filosofia aiuta a capire il problema. Alasdair MacIntyre ha insistito sul fatto che le pratiche umane acquistano significato attraverso beni interni, regole e standard di eccellenza condivisi. Una pratica non è soltanto ciò che ciascun partecipante decide soggettivamente di farne. Esiste precisamente perché contiene criteri che precedono il singolo partecipante e ai quali egli impara a conformarsi.

Giocare a scacchi abolendo le regole per rendere il gioco più inclusivo non rende gli scacchi più accoglienti. A un certo punto smette semplicemente di essere scacchi.

Fratelli, davvero

Una Chiesa ad alta intensità dovrebbe essere anche una comunità reale. Se i cattolici si chiamano fratelli in Cristo, quella parola deve avere conseguenze concrete. Significa aiutarsi a trovare lavoro, sostenersi quando qualcuno è in difficoltà, prestare tempo, competenze e denaro, occuparsi dei figli, dei malati e degli anziani, non lasciare solo chi attraversa un momento difficile. Significa sapere che, se cado, esiste una comunità che mi raccoglie perché appartengo.

Questa solidarietà interna non dovrebbe trasformarsi in chiusura verso il resto della società. Il cristiano vive nel mondo, lavora con chi non condivide la sua fede, lo rispetta, lo ama e cerca, anche con la propria vita, di avvicinarlo a ciò in cui crede. Ma apertura non significa indifferenza nelle appartenenze. Se la testimonianza non viene accolta, il cristiano non è tenuto a cercare proprio lì le proprie relazioni, i propri riferimenti e la propria comunità. Cerca naturalmente anche gli altri cristiani: persone con cui condividere la preghiera, i valori, l’educazione dei figli, il sostegno reciproco e una stessa idea del bene. Vuole, in qualche modo, stare dove si respira aria buona. Significa distinguere tra l’apertura verso tutti e l’intimità con alcuni. Il Vangelo stesso manda il cristiano incontro agli altri, ma non gli chiede di diventare indistinguibile da ciò che incontra. Matteo racconta che, quando la parola non viene accolta, i discepoli devono saper proseguire oltre; san Paolo è ancora più netto: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». Una comunità forte può dunque guardare verso l’esterno senza rinunciare a gravitare verso il proprio centro.

Il cristianesimo delle origini aveva qualcosa di molto più radicale della cordialità domenicale. I credenti si pensavano come membra dello stesso corpo: se una soffriva, soffrivano tutte; portavano i pesi gli uni degli altri e mettevano concretamente a disposizione beni e risorse. «Fratello» non era un modo educato per rivolgersi a uno sconosciuto durante una funzione religiosa. Indicava un legame.

Forse anche il gesto della pace avrebbe un significato diverso se tornasse a rappresentare questo. Oggi possiamo stringere la mano alla persona accanto, pronunciare una formula e tornare pochi secondi dopo a essere due estranei che magari si detestano. In una comunità veramente cristiana la pace dovrebbe significare qualcosa di più impegnativo: tu appartieni alla mia stessa comunità. Se hai bisogno, ci sono. Se soffri, non sei solo. Se sbagli, non per questo smetti di essere mio fratello. E io posso aspettarmi lo stesso da te.
Una comunità del genere chiederebbe molto di più ai propri membri, ma restituirebbe anche molto di più. Non soltanto una Messa alla settimana, una tradizione familiare o un’identità culturale, ma la certezza concreta di appartenere a una rete di persone che si riconoscono, si sostengono e si considerano responsabili le une delle altre. L’identità, allora, non dovrebbe servire a separare i cattolici dal mondo, ma a permettere loro di entrarvi senza dissolversi. Una comunità forte può essere aperta proprio perché sa chi è.

Anche la forma conta

Qui entrano questioni apparentemente minori: come ci si veste in chiesa, come ci si comporta, il silenzio, il telefono, il rispetto del luogo, perfino l'opportunità di portare il proprio cane in chiesa, fino a tenerlo in collo durante la Comunione. Non confondiamo i livelli: Gesù non ha dichiarato una dottrina sulle scarpe chiuse e il pantaloncino corto non è un'eresia. Ma sarebbe ingenuo pensare che le forme non abbiano alcuna importanza. Émile Durkheim considerava la distinzione tra sacro e profano una delle caratteristiche fondamentali del fenomeno religioso: riti e pratiche delimitano uno spazio che non coincide con la vita ordinaria e contribuiscono a trasformare un insieme di individui in una comunità morale.

Gli esseri umani fanno continuamente questo. Non ci vestiamo nello stesso modo a un funerale, a una cerimonia istituzionale e sulla spiaggia. Non perché esista una metafisica della cravatta, ma perché il comportamento esteriore comunica anche a noi stessi quanto conta e che significato ha quello che stiamo facendo.


La psicologa sociale Marilynn Brewer ha mostrato inoltre che le identità collettive diventano particolarmente forti quando soddisfano contemporaneamente il bisogno di appartenenza e quello di distinzione: essere parte di un «noi», ma di un «noi» riconoscibile. Un gruppo completamente indistinto dall'ambiente circostante perde una delle sorgenti della propria identificazione.

Per questo rosari, croci, feste, digiuni, preghiere comuni, gesti liturgici e perfino alcune norme di comportamento sono anche marcatori dell'appartenenza. Se in chiesa posso comportarmi esattamente come al bar, vestirmi esattamente come sulla spiaggia, parlare come al supermercato e pensare esattamente ciò che pensavo prima di entrarvi, prima o poi sorge una domanda abbastanza ragionevole: che cosa rende quello spazio diverso?
Se faccio frequentare ai miei figli il catechismo solo perché quando saranno grandi potranno sposarsi in Chiesta e avere la festa in una bella chiesa, ma poi non prego con loro e non frequento con loro la messa, finisce che la mia partecipazione alla vita della Chiesa si riduce al minimo indispensabile per acquisire formalmente un diritto che non ha niente a che vedere con la Chiesa e con Gesù.

L'aborto è il punto nel quale l'equivoco diventa evidente

Ci sono materie sulle quali la Chiesa ammette un enorme pluralismo prudenziale. Politica economica, aliquote fiscali, sistemi previdenziali o modalità concrete delle politiche migratorie possono essere oggetto di opinioni differenti tra cattolici. E materie su cui il pluralismo non è proprio contemplato. L'aborto appartiene a questa categoria. Evangelium vitae non usa un linguaggio ambiguo. Definisce l'aborto procurato «l'uccisione deliberata e diretta» di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza e afferma che l'aborto diretto costituisce sempre un «disordine morale grave». Aggiunge che nessuna circostanza o legge può trasformarlo in un atto moralmente lecito.

Si può contestare questa dottrina dall'esterno. In una società libera è perfettamente legittimo dire che si tratta “dell’espulsione di un grumo di cellule”, è già più difficile scientificamente chiamarlo grumo di cellule visto che quelle cellule hanno un proprio DNA diverso da quello della madre e del padre e che spesso hanno anche un cuore che batte, ma ignorare questa dottrina dal pulpito cattolico è contrario all’appartenenza alla Chiesa.
La misericordia non risolve questa contraddizione. Papa Francesco ha ribadito che l'aborto è «un grave peccato» perché pone fine a una vita innocente. Perdono e giudizio morale, nella logica cristiana, non si escludono. Il perdono presuppone precisamente qualcosa da perdonare.

Una Chiesa misericordiosa dovrebbe dunque essere capace di dire contemporaneamente due cose: «qualunque cosa tu abbia fatto, puoi essere perdonato» e «quello che hai fatto rimane male». Se riesce a pronunciare soltanto la prima frase, non è diventata più misericordiosa ma ha modificato arbitrariamente il significato di misericordia.

Questo è il caso dell’aborto, ma lo stesso vale anche per l’eutanasia, la maternità surrogata o l’adulterio tra le altre azioni tollerate da preti che inventano la loro rogola. La Chiesa non dovrebbe far finta di niente, i sacerdoti non dovrebbero essere avere un’indulgenza tale da modificare la dottrina sul momento, ma comunicare interamente cosa significa essere cattolici.

E il voto politico?

Anche qui sarebbe comodo rifugiarsi nella frase: «La Chiesa non fa politica». È vero solo fino a un certo punto. Il canone 287 §2 stabilisce che i chierici normalmente non devono avere parte attiva nei partiti politici. Ma la Chiesa formula giudizi morali sugli atti politici quando sono coinvolti beni che considera fondamentali.
La Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede sull'impegno politico dei cattolici afferma che non è lecito partecipare a campagne a favore di leggi contrarie alla tutela della vita né sostenerle con il voto. Aggiunge una frase ancora più impegnativa: una coscienza cristiana ben formata non può favorire con il proprio voto l'attuazione di un programma politico o di una legge che sovverta contenuti fondamentali della fede e della morale. E cita esplicitamente aborto ed eutanasia fra le questioni nelle quali entrano in gioco principi morali che non ammettono deroghe o compromessi.
Questo non produce automaticamente una lista elettorale cattolica. In democrazia il voto può porre davanti a partiti tutti imperfetti e a una molteplicità di beni morali da valutare.
Ma una conseguenza è difficile da evitare: se un partito non si limita a prendere atto dell'esistenza legale dell'aborto, ma inserisce nel suo programma l’intenzione di facilitare, estendere o promuovere aborto, eutanasia o maternità surrogata, un cattolico non può semplicemente comportarsi come se quel punto fosse moralmente irrilevante, e un prete non può omettere di fare chiarezza o pilatescamente ignorare questi argomenti.

Remigrazione

Ed eccoci ai sacerdoti. Un prete può avere dubbi. Può studiare. Può porre questioni teologiche. Può attraversare una crisi di fede. Tutto questo appartiene perfino alla grande storia intellettuale del cristianesimo. Ma c'è differenza tra interrogarsi sulla dottrina e ricevere dalla Chiesa un pulpito dal quale sostituire sistematicamente quella dottrina con la propria. Il Codice gli chiede obbedienza ecclesiale, formazione continua nella «solida dottrina», adesione al Magistero e annuncio integrale della Parola. Gli chiede persino, salvo eccezioni, di non trasformarsi in militante di partito. Non gli è stato affidato il mandato di correggere il cattolicesimo sulla base della sensibilità politica del momento.

E allora la «remigrazione» è una provocazione, ma possiede una sua logica.
Un sacerdote che considera definitivamente inaccettabili gli elementi sostanziali della dottrina che ha scelto di rappresentare potrebbe trovare nella società civile uno spazio perfettamente legittimo per sostenere le proprie idee. Il diritto canonico stesso contempla, con procedure precise e per cause determinate, la perdita dello stato clericale; non si tratta ovviamente di una pena automatica per il dissenso né di una fantasiosa espulsione sommaria. Se non condivido più le finalità fondamentali di un'organizzazione, posso cercare di discuterle secondo le sue procedure. Posso anche lasciarla. Quello che è più difficile giustificare è pretendere di conservarne ruolo, autorità, simboli e pubblico mentre trasformo unilateralmente la missione che mi è stata affidata.

In questo senso sì: alcuni sacerdoti sembrano avere un problema di assimilazione. Forse dovrebbero assimilarsi, o tornare ad essere assimilati, alla Chiesa che hanno scelto. Oppure remigrare verso il mondo temporale, dove nessuno impedisce loro di fondare un'associazione, candidarsi, fare politica, scrivere editoriali e sostenere una morale costruita secondo la propria coscienza. Insomma, fare liberamente tutto quello che su un pulpito proprio non trova il suo posto.

Meno fedeli?

Resta l'obiezione più prevedibile: facendo così le chiese si svuoterebbero ancora di più. Può darsi. Ma Drucker poneva precisamente questa domanda che faccio mia: che cosa stiamo misurando? Il numero di persone che attraversano una porta oppure la forza dell'appartenenza di quelle che rimangono? Una Chiesa che per trattenere cento persone deve smettere di dire perché esiste potrebbe scoprire di aver conservato cento presenze e perso una comunità.
Kelley, Iannaccone, Kanter e Brewer, da prospettive differenti, suggeriscono qualcosa di controintuitivo: confini, investimento, distinzione e impegno non sono necessariamente nemici della crescita. Possono essere precisamente ciò che rende un'appartenenza capace di produrre fedeltà. La Chiesa ad alta intensità non dovrebbe allora essere una Chiesa chiusa. Dovrebbe essere una Chiesa con la porta spalancata e la soglia chiaramente visibile attraverso cui può entrare chiunque.

Ma entrando si deve capire che qui si crede qualcosa, si studia qualcosa, si prega, si trasmette una tradizione, si appartiene a una comunità, si assumono doveri, si distinguono il bene e il male e qualche volta si è costretti perfino a cambiare idea o comportamento. Una religione che non chiede mai all'uomo di cambiare probabilmente ha già deciso di cambiare continuamente se stessa per seguirlo.

Il paradosso che voglio evidenziare e il declino che spero venga invertito: la Chiesa teme di perdere fedeli chiedendo troppo, mentre potrebbe averne persi molti proprio perché, da troppo tempo chiede troppo poco. In cambio può aver ottenuto presenze più numerose ma più deboli: persone vicine, occasionali, nominalmente appartenenti, che però non producono la stessa coesione, la stessa continuità e la stessa capacità di trasmettere nel tempo un’identità religiosa forte. Una comunità vive di quanto profondamente scelgono di appartenervi quelli che vi entrano, non dei curiosi o di chi lo fa per abitudine.

Riferimenti

Brewer, Marilynn B., “The Social Self: On Being the Same and Different at the Same Time”, Personality and Social Psychology Bulletin, vol. 17, n. 5, 1991, pp. 475–482.
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Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Iesus. Dichiarazione circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, 6 agosto 2000.
Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002.
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Kelley, Dean M., Why Conservative Churches Are Growing: A Study in Sociology of Religion, Harper & Row, New York, 1972.
MacIntyre, Alasdair, After Virtue: A Study in Moral Theory, University of Notre Dame Press, Notre Dame, 1981.