Internet ci ha abituati a pensare che avere influenza significhi avere un pubblico. Più persone ti seguono e più sembri autorevole. È il modello dell’audience: una persona al centro e molte persone intorno che ascoltano.
Ma per chi produce conoscenza potrebbe non essere il modello giusto. Una persona competente non avrebbe necessariamente bisogno di centomila persone che la seguono. Potrebbe essere molto più utile conoscere venti persone molto competenti, ciascuna in qualcosa di diverso, con qualche sovrapposizione, capaci di parlarsi quando serve.
L’audience e la rete: due modelli a confronto
Un’audience è costruita intorno a un centro. Una rete è costruita intorno alle connessioni. Nell’audience il valore tende a convergere verso una persona. Nella rete il valore circola.
Immaginiamo un ingegnere che conosca molto bene i materiali. Può aprire un canale, pubblicare contenuti, ottenere cinquantamila follower e diventare progressivamente un divulgatore dei materiali. Oppure può costruire rapporti con un chimico, un progettista, un economista, un medico, un esperto di brevetti e un filosofo della scienza.
Nel primo caso aumenta la propria visibilità. Nel secondo aumenta la propria capacità di capire, di fare e di cambiare il mondo, il suo mondo almeno.
Sono due forme di crescita completamente diverse. La prima la conosciamo bene perché è facile da misurare e apparentemente significativa. Ma la seconda potrebbe dirci molto di più sulla possibilità di accedere a qualcosa di nuovo e utile.
La rete ideale non è omogenea
E la rete dovrebbe idealmente essere fatta di connessioni tra persone diverse: se tutti leggono gli stessi libri, frequentano gli stessi ambienti, usano gli stessi strumenti e condividono le stesse convinzioni, cento persone possono produrre poco più di una. Una buona rete contiene invece differenze reali: competenze differenti, linguaggi differenti e soprattutto modi differenti di vedere lo stesso oggetto. In questo senso la diversità è un valore, quando è diversità di culture dello stesso livello, ma non identiche.
Inoltre, questo tipo di collaborazione non richiede necessariamente consenso. Anzi, una rete troppo concorde rischia di essere meno utile di una rete di persone indipendenti. Vuoi mettere quanto è bello dissentire tra persone che pensano ad alto livello?
D’altra parte prima di me e meglio Edwin Hutchins ha mostrato come la cognizione possa essere distribuita tra più persone e gli strumenti che usano, e Pierre Lévy ha ragionato sull’intelligenza collettiva che nasce dalla connessione tra conoscenze individuali.
Gli incentivi dell’audience
Il meccanismo dell’audience produce altri incentivi meno utili: quando molte persone guardano una sola persona, quella persona comincia inevitabilmente a pensare anche a ciò che il pubblico si aspetta da lei. Deve pubblicare, essere riconoscibile e mantenere una certa continuità. Se è diventata conosciuta parlando di un argomento, ha interesse a continuare a parlare di quell’argomento, perché cambiare argomento ha un costo. La visibilità tende così a premiare la coerenza e la ripetizione. La conoscenza dovrebbe premiare la possibilità di cambiare idea.
C’è anche un altro problema. Nell’economia dell’audience, due persone intelligenti che parlano dello stesso tema diventano facilmente concorrenti. Competono per attenzione, inviti, citazioni e spazio. In una rete, invece, la competenza dell’altro aumenta il valore della mia. Io so qualcosa che lui non sa. Lui sa qualcosa che io non so. Collegandoci, entrambi possiamo affrontare problemi che separatamente non potremmo affrontare. Si può dire che è la logica opposta.
Cambiare le metriche
Si tratta di misurare, se posso inventarmi un’espressione prendendo in prestito da Andy Clark e David Chalmers e dalla loro idea di mente estesa, una specie di capitale intellettuale esteso: quello che posso pensare non risiede solo nella mia mente, ma anche all’intersezione con le menti di altre persone uguali a me, ma non identiche.
Bibliografia minima
Clark, A., Chalmers, D. (1998), “The Extended Mind”, Analysis, 58(1), pp. 7–19.
Clark, A. (2008), Supersizing the Mind: Embodiment, Action, and Cognitive Extension, Oxford University Press.
Hutchins, E. (1995), Cognition in the Wild, MIT Press.
Lévy, P. (1994), L’intelligence collective. Pour une anthropologie du cyberspace, La Découverte.