Quale essere umano deve essere vero perché una teoria politica funzioni? È una domanda che dovremmo porci più spesso. Soprattutto quando una teoria politica, prima ancora di essere verificata, viene elevata a valore morale come è stato fatto per il multiculturalismo.

L'Europa ha conosciuto il razzismo, l'antisemitismo, le persecuzioni e le deportazioni. Ne ha provato giustamente orrore e ha progressivamente attribuito alla diversità culturale un valore positivo, fino a considerare la convivenza tra culture differenti un obiettivo politico e un bene che si definisce in sé.

Il passaggio, però, non è scontato. Che il razzismo sia un male non dimostra che il multiculturalismo sia un bene. Dimostra che non dobbiamo discriminare gli esseri umani per la loro origine. È una cosa diversa.

Nietzsche osservava che non esistono valori morali in sé, ma interpretazioni morali dei valori. Ecco, noi abbiamo interpretato moralmente la diversità, attribuendole un valore che non possiede necessariamente e per forza e nonostante tutto. La diversità è una condizione, non una virtù. Può produrre ricchezza, conflitto, indifferenza, contaminazione, separazione. Dipende da come si specializza. È una condizione staminale che dipende soprattutto dagli esseri umani. Perché una società non è un contenitore nel quale possiamo versare ingredienti diversi, senza guardare a quali sono, aspettandoci che ne esca una buona miscela solo per il fatto che sono diversi.

Gli ingredienti, in questo caso, sono persone che hanno convinzioni, appartenenze, fedeltà, paure, desideri e pregiudizi. E soprattutto hanno idee differenti su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Proviamo allora a immaginare una società europea composta da cattolici, musulmani, atei, anticristiani, antisemiti, liberali, conservatori, persone di prima, seconda e terza generazione. Persone che considerano la libertà individuale il valore supremo e altre che subordinano l'individuo alla religione, alla famiglia o alla comunità.

Qual è la ricetta perché questa società funzioni? che essere umano bisogna presupporre perché questo funzioni? Quanti individui devono riconoscere la libertà religiosa? Quanti devono accettare che una donna possa vivere come vuole? Quanti devono considerare legittimo abbandonare la propria religione, criticarla o persino deriderla? Quanti devono riconoscere che la legge civile prevale sulle prescrizioni religiose? Tutti? Il novanta per cento? Il sessanta?

E cosa succede quando una comunità sufficientemente numerosa e differenziata non condivide profondamente alcuni di questi principi? 

Non è una questione di etnia. Un musulmano può essere un convinto liberale e un europeo da generazioni può essere un autoritario. La provenienza non determina automaticamente i valori, non conta soltanto da dove vengono le persone. Conta quale idea della convivenza portano con sé. Una società multiculturale può funzionare se i suoi membri condividono almeno alcune regole fondamentali. Ma allora emerge un paradosso: per funzionare, il multiculturalismo ha bisogno di una cultura comune che ponga dei limiti alle altre culture, che le converga almeno sui punti fondamentali. Deve cioè chiedere a tutti di essere, almeno in parte, meno diversi.

E questa cultura comune non è neutrale. È una precisa costruzione storica e filosofica, fatta di libertà individuale, uguaglianza giuridica, laicità delle istituzioni e diritti che non possono essere cancellati da un'autorità religiosa o comunitaria. In altre parole, per convivere non dobbiamo necessariamente pensare tutti allo stesso modo. Dobbiamo però essere sufficientemente d'accordo su ciò che nessuno può imporre agli altri.

Per questo è necessario chiedersi quali tipi di esseri umani presupponiamo quando sosteniamo che possa funzionare una certa società. Un individuo capace di tollerare ciò che considera sbagliato? Di accettare che i propri valori non diventino automaticamente leggi? Di rinunciare a imporre agli altri la propria idea del bene? Quanti esseri umani così occorrono? E quanti ne abbiamo davvero a disposizione?

Perché possiamo attribuire a una teoria politica tutto il valore morale che vogliamo. Ma se quella teoria, per funzionare, richiede una composizione umana che non esiste, o che esiste soltanto in determinate condizioni, abbiamo il problema che ancora una volta non possiamo trasformare una teoria utopistica in una società che funziona.