C’è un dato che secondo me racconta benissimo il problema europeo e no, non si tratta dell’immigrazione, quanto piuttosto di un fatto molto più radicato e profondo che ci sta autodistruggendo. Quindi provo a spiegare quali sono le caratteristiche che in questi anni ci hanno mandato lentamente ma inesorabilmente alla deriva. L’Europa rappresenta il 12% della popolazione mondiale, più o meno. Produce il 25% circa del PIL globale ma concentra il 60% della spesa mondiale per il welfare.
Quando una nazione o un gruppo di nazioni, come in questo caso, arriva ad un risultato del genere significa semplicemente che si è addormentata. Cioè: ha smesso di ricordarsi i brutti tempi, ignora il fatto che viviamo in un mondo estremamente competitivo, tanto da scordarsi completamente che energia, produttività o industrie siano effettivamente importanti.
Prendiamo la Germania: per anni ha ridotto il nucleare e contemporaneamente ha aumentato la propria dipendenza dal gas russo, poi arriva la guerra in Ucraina e improvvisamente scopri che la tua politica estera è condizionata anche da chi compri l’energia che tiene accese le tue fabbriche.
Ma la stessa identica cosa è successa anche nel Regno Unito: se porti il costo dell’elettricità industriale a livelli estremamente alti non puoi sorprenderti se produrre acciaio, chimica, vetro o componentistica diventa più conveniente da un’altra parte. E quando quelle aziende se ne vanno non perdi solamente posti di lavoro, non perdi risultati che puoi tassare per generare gettito e basta, ma perdi una cosa ancora più importante, perdi competenze e autonomia nella filiera. Perché un conto è importare un paio di scarpe, quello non crea problemi oggettivamente, un altro conto è diventare dipendenti dall’estero, dipendenti da altre nazioni, per tutto quello che conta. Ed è proprio questo, secondo me, l’errore che l’Europa ha fatto negli ultimi decenni. Abbiamo ragionato proprio come se la sicurezza economica fosse permanente, come se potessimo spostare fuori la produzione, rendere l’energia più costosa e continuare a mantenere comunque lo stesso livello di prosperità. Ma il mondo nel frattempo è cambiato e per anni abbiamo pensato che queste scelte non avessero delle conseguenze, ma ora ci stanno presentando il conto. E cosa facciamo? Scarichiamo la colpa sugli altri. Come al solito. C’è l’immigrato, diamo la colpa all’immigrato. La politica, diamo la colpa alla politica. Le tasse, ci sono le tasse, che disastro. Insomma, c’è sempre un buon motivo per non cambiare le cose.
Il problema parte da chi ci governa, poi automaticamente scende direttamente a noi. Stiamo diventando una popolazione pigra, con poca iniziativa e soprattutto governata male.
Economia e geopolitica