Perché uno Stato non può semplicemente stampare più denaro e così risolvere la povertà?
La risposta più comune è che aumenterebbero i prezzi e saremmo da capo. È una risposta corretta, ma come molte spiegazioni apparentemente complete, descrive l'effetto, non la causa.
L’imprecisione nasce dall’immagine mentale che abbiamo del denaro. Siamo portati a considerarlo ricchezza. In realtà il denaro non è ricchezza, così come una carta geografica non è il territorio che rappresenta. Il denaro è un simulacro della ricchezza, non la ricchezza stessa.
La ricchezza è costituita da beni e servizi reali: case, cibo, energia, farmaci, macchinari, istruzione, infrastrutture, competenze e ore di lavoro.
Il denaro rappresenta il diritto di accedere a una parte di quella ricchezza. Se non c’è ricchezza a cui accedere, il denaro non ha valore. Su un’isola deserta hanno più valore le noci di cocco degli euro.
Questa è la ragione per cui creare nuova moneta non significa creare nuovi beni. Significa aumentare il numero dei diritti che possono essere esercitati sulla stessa quantità di ricchezza.
L'aumento dei prezzi riduce il potere d'acquisto della nuova moneta fino a riportare il rapporto tra denaro e beni disponibili verso un nuovo equilibrio.
Ipotizziamo un Paese che in un anno produca un milione di automobili. Se il giorno successivo ogni cittadino si trovasse sul conto corrente il doppio del denaro, il numero delle automobili non cambierebbe. Resterebbero un milione. Le fabbriche, gli operai, l'acciaio, l'energia e il tempo necessario a costruirle sarebbero esattamente gli stessi.
Cambierebbe invece il numero delle persone che proverebbero ad acquistarle a quel prezzo, almeno finché il mercato non lo correggesse.
Se le imprese disponessero di impianti inutilizzati, lavoratori disponibili e materie prime sufficienti, potrebbero aumentare la produzione. Una parte della nuova moneta si trasformerebbe allora in nuovi investimenti, nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza. In queste condizioni creare denaro non produrrebbe necessariamente inflazione.
Ma se la capacità produttiva è già vicina al proprio limite, la produzione non può aumentare abbastanza rapidamente. Più persone competono allora per la stessa quantità di beni. E il modo più semplice con cui il sistema ritrova un equilibrio è l'aumento dei prezzi.
Nella realtà si aggiunge anche il comportamento delle persone. Quando cittadini e imprese iniziano ad aspettarsi che i prezzi continuino a salire, modificano le proprie decisioni. I lavoratori chiedono salari più elevati per non perdere potere d'acquisto. Le imprese aumentano preventivamente i listini perché prevedono costi futuri maggiori. Chi possiede liquidità preferisce spenderla o investirla prima che perda altro valore.
In economia questo fenomeno si chiama disancoraggio delle aspettative di inflazione. A quel punto l'inflazione tende ad alimentarsi da sola. Non dipende più soltanto dalla quantità di moneta immessa nell'economia, ma anche dal comportamento collettivo della società.
Dal momento che il valore del denaro dipende anche dalla fiducia, si attiva un ulteriore meccanismo. Se uno Stato finanzia sistematicamente la propria spesa creando nuova moneta, cittadini e investitori possono iniziare a dubitare che quella valuta conserverà il proprio potere d'acquisto. La storia mostra molti esempi, dall'Argentina fino ai casi estremi della Germania di Weimar e dello Zimbabwe, dove la perdita di fiducia nella moneta ha accelerato sia la svalutazione sia l'inflazione.
Molti iniziano allora a vendere quella valuta per acquistarne altre oppure beni considerati più sicuri, come l'oro o altri asset reali. In questo caso l'effetto non è soltanto l'inflazione, ma anche la svalutazione della valuta.
Per un Paese che importa energia, materie prime, componenti industriali o prodotti alimentari questo significa pagare tutto di più. L'inflazione non nasce più soltanto all'interno dell'economia, ma arriva anche dall'estero attraverso l'aumento del costo delle importazioni.
Stampare moneta non è sempre una buona idea anche perché non elimina automaticamente le disuguaglianze. Anzi, in assenza di strumenti che ne compensino gli effetti, può accentuarle. Quando l'inflazione accelera, il costo ricade soprattutto su chi vive di stipendi, pensioni o risparmi, perché il valore reale del loro reddito diminuisce mentre i prezzi aumentano.
Diverso è il caso di una recessione, una crisi finanziaria o una fase in cui imprese e lavoratori sono sottoutilizzati: aumentare la quantità di denaro può riattivare investimenti e produzione. In queste circostanze il problema non è la mancanza di capacità produttiva, ma la mancanza di domanda. Se le imprese hanno macchinari fermi, capacità inutilizzata e persone da assumere, la nuova moneta può tradursi in nuova ricchezza anziché in semplice aumento dei prezzi.
La moneta e la possibilità di crearla non possono esistere indipendentemente dall'economia reale. La moneta funziona come una mappa. Può essere aggiornata, duplicata, ridisegnata o sostituita. Ma nessuna modifica della mappa crea una nuova città, una nuova fabbrica o un nuovo raccolto. La ricchezza continua a essere il territorio. È un nuovo brevetto, un distretto industriale che nasce, una tecnologia che aumenta la produttività, una nuova fonte di energia, una scoperta scientifica, una miniera che entra in produzione, una rete ferroviaria, un ospedale o una scuola. Sono queste le cose che rendono un Paese più ricco.
Quando la mappa cresce più rapidamente del territorio, smette progressivamente di descriverlo. È in quel momento che il valore della moneta si riduce e l'inflazione diventa il modo con cui l'economia ricostruisce la corrispondenza tra i due.