Ci sono parole che nascono per descrivere un fenomeno e finiscono per impedirci di comprenderlo nella sua complessità.

Islamofobia è una di queste. Come molte altre parole costruite sul suffisso -fobia. Ha avuto una funzione precisa: nominare il pregiudizio rivolto contro una persona per il solo fatto di essere musulmana. Presto, però, ha assunto anche un'altra funzione: quella di trasformarsi, in alcuni contesti, in una parola-argomentazione. Un termine che incorpora un giudizio morale e che, invece di discutere una tesi, tende a collocare chi la esprime in una categoria già valutata negativamente, negandogli la possibilità di argomentare un pensiero magari ragionevole e utile.

Lo stesso può accadere con parole come misogino, omofobo, fascista, comunista e altre etichette analoghe. Talvolta descrivono correttamente un atteggiamento reale. In altri casi vengono impiegate senza entrare nel merito dell'argomento discusso. Collocando l'interlocutore nel punto più alto della scala del disvalore, finiscono per interrompere l'analisi del problema invece di favorirla.

Oggi infatti viene impiegata per indicare fenomeni molto differenti: la discriminazione contro un individuo, l’ostilità verso gli immigrati, la paura del terrorismo, la critica a una religione e perfino il rifiuto di determinate norme sociali e politiche diffuse in alcuni paesi islamici.

Quando una parola comprende tutto, smette di distinguere e così diventa uno strumento polemico, politico e ideologico.

Non ogni diffidenza verso una cultura è una fobia. Non ogni opposizione a una pratica è odio verso chi la pratica. Non ogni critica di un sistema religioso o politico è una forma di razzismo.

Una religione è anche un insieme di idee, precetti, istituzioni, azioni e interpretazioni storiche. Come ogni costruzione umana, può essere discussa, giudicata e contestata.

Le persone possiedono diritti di intangibilità, le idee no. Le idee devono poter essere sottoposte a critica, anche severa.

Dire che una determinata concezione della donna è incompatibile con i valori occidentali è un’affermazione politica.

Sostenere che ogni musulmano sia incapace di riconoscere l’uguaglianza tra uomo e donna è un pregiudizio.

Tra le due proposizioni esiste una distanza fondamentale. Il dibattito contemporaneo tende invece a cancellarla: da una parte generalizza la colpa, dall’altra proibisce ogni critica.

Per capire perché alcune differenze siano accolte senza difficoltà e altre producano tensione, conviene abbandonare per un momento il linguaggio delle fobie e osservare il funzionamento ordinario delle società umane.

Gli esseri umani convivono continuamente con differenze enormi. Differenze di abbigliamento, alimentazione, accento, temperamento, professione, gusto musicale, orientamento estetico, abitudini domestiche e convinzioni metafisiche. In una stessa strada possono vivere un ateo, un cattolico praticante, un musulmano, un buddista e una persona che consulta l’oroscopo ogni mattina. Possono mangiare cibi diversi, celebrare feste diverse e attribuire significati differenti alla morte. Nella maggior parte dei casi queste diversità non producono conflitti.

Questo accade perché la tolleranza non dipende dal numero delle differenze ma dal loro rapporto con ciò che una comunità o una società considerano fondamentale.

Una società può accettare mille differenze secondarie e reagire duramente a una sola differenza percepita come una minaccia alla sicurezza, alla libertà personale, alla salute, alla famiglia o alla possibilità di educare i figli secondo principi condivisi. E quando una società reagisce duramente è difficile non cadere nelle generalizzazioni. In alcuni casi ciò che viene definito islamofobia corrisponde a una paura concreta della violenza, della perdita della libertà o dell'insicurezza. Lo stesso vale per gli attentati terroristici che hanno colpito negli ultimi anni diverse città europee.

Mille eccentricità innocue pesano meno di una singola azione che minaccia l'integrità fisica delle persone, come un'auto lanciata contro i passanti in una strada del centro di una città italiana o un furgone usato per investire persone durante una manifestazione a Berlino.

Una società può accogliere senza problemi abiti, lingue e rituali differenti e opporsi invece a un modello familiare fondato sulla subordinazione giuridica della donna.

L’antropologia conosce bene questo meccanismo. Mary Douglas, nel suo studio sulla purezza e sul pericolo, mostrava che ciò che una cultura definisce impuro non coincide semplicemente con ciò che è sporco o diverso. L’impurità è spesso ciò che attraversa una classificazione fondamentale, ciò che occupa un posto considerato incompatibile con l’ordine simbolico. Il pericolo nasce dalla violazione di un confine.

Le società non reagiscono alla differenza in astratto. Reagiscono alla differenza quando essa viene interpretata come una trasgressione dell’ordine morale esteso.

L’Occidente contemporaneo possiede un proprio ordine morale, formatosi lentamente attraverso conflitti religiosi, rivoluzioni politiche, trasformazioni economiche, guerre civili, emancipazioni e sconfitte. Al centro di questo ordine si trovano l’individuo, la libertà di coscienza, l’uguaglianza davanti alla legge, la disponibilità del proprio corpo, la possibilità di criticare il potere, il diritto di abbandonare una fede, il patto sociale e la sicurezza.

Questi principi non sono sempre rispettati. L’Occidente li ha violati molte volte e continua a contraddirli. Ma una società può essere giudicata anche sulla base dei principi con cui denuncia le proprie violazioni. In Europa una discriminazione contro una donna viene percepita come un fallimento rispetto alla norma. In alcuni sistemi politici e religiosi la disparità tra uomo e donna può invece essere prevista dalla norma stessa. Diverso è uccidere contravvenendo al comandamento occidentale non uccidere, altra cosa è uccidere un infedele e aspettarsi un premio nell’aldilà.

Naturalmente il mondo islamico non è un oggetto compatto. Comprende quasi due miliardi di persone, decine di paesi, tradizioni giuridiche differenti, culture urbane e rurali, regimi autoritari e società relativamente aperte, mistici, laici, conservatori, liberali e persone che conservano un’identità religiosa soltanto nominale. Parlare dell’islam come di un soggetto unico significa compiere lo stesso errore che si vorrebbe denunciare.

Esistono però interpretazioni dell’islam che attribuiscono alla religione un’autorità politica e giuridica incompatibile con alcuni principi liberali. Esistono ordinamenti nei quali l’apostasia è perseguita, la libertà di espressione religiosa è limitata, l’omosessualità è criminalizzata, la testimonianza della donna possiede un peso differente da quella dell’uomo o la legge religiosa condiziona direttamente il diritto civile. Questi elementi possono essere criticati senza trasformare ogni musulmano nel rappresentante di tali sistemi.

Per questo sarebbe più preciso parlare di critica dell’autoritarismo religioso, di opposizione al comunitarismo coercitivo o di conflitto tra concezioni differenti dei diritti. Sono formule meno immediate e meno demagogiche, ma descrivono meglio la realtà. La parola fobia trasforma invece una discussione politica in una diagnosi psicologica. Chi critica non sarebbe qualcuno che presenta argomenti discutibili, bensì una persona dominata da una paura irrazionale.

Molte volte non c’è niente di irrazionale nella paura, ma ragioni legittime e oggettive. Altre volte la pretesa fobia è la difesa ragionevole di ciò che un italiano, un occidentale, considera il nucleo del proprio ordine morale.

Riferimenti

  1. Runnymede Trust, Islamophobia: A Challenge for Us All, Londra, 1997.
  2. Elahi, Farah; Khan, Omar (a cura di), Islamophobia: Still a Challenge for Us All, Londra, 2017.
  3. Douglas, Mary, Purity and Danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo, Londra, 1966.
  4. Pew Research Center, How the Global Religious Landscape Changed from 2010 to 2020, Washington, 2025.
  5. Humanists International, Freedom of Thought Report 2025, Londra, 2026.
  6. Mendos, Lucas Ramon; Rohaizad, Dhia Rezki, Laws on Us: A Global Overview of Legal Progress and Backtracking on Sexual Orientation, Gender Identity, Gender Expression, and Sex Characteristics, Ginevra, 2024.