Una lettura alternativa dell'astensionismo e della convinzione che ogni calo dell'affluenza sia un sintomo di crisi democratica.
Ad ogni elezione, più o meno, in Italia (e non solo) l’affluenza diminuisce. Molti politici, gli analisti e le persone della strada spesso interpretano il caso come un segnale di sfiducia verso la politica.
I cittadini delusi e arrabbiati, secondo questa interpretazione, avrebbero smesso di credere nella politica e nelle istituzioni a tal punto da non andare a votare. “Che ci vado a fare, tanto non cambia niente!” è il pensiero che si attribuisce mentalmente ad ogni non votante.
E alcuni, ancora più pessimisti, ne fanno discendere la considerazione che la democrazia si trovi in difficoltà, qualunque cosa voglia dire.
Non è escluso che questa spiegazione colga parte delle realtà, ma certamente ne trascura completamente un'altra altrettanto, forse più, credibile: e se il cittadino non votante pensasse, invece: “Che voto a fare, visto che qualunque risultato mi andrà bene?”
Questo cittadino con una discreta fiducia nella stabilità del sistema amministrativo, burocratico e forse anche in quello politico, esiste certamente. E con più probabilità proprio nelle democrazie mature, in cui le principali forze politiche tendono a muoversi entro confini fondamentali relativamente condivisi.
Cambiano le priorità (più all’istruzione o più alla sanità), cambiano le politiche fiscali (patrimoniale sì o no), cambiano gli equilibri parlamentari, ma non viene messa in discussione la struttura fondamentale dello Stato. I diritti essenziali rimangono, le istituzioni continuano a funzionare e le libertà individuali restano garantite.
In termini di scienza politica, questa è una delle caratteristiche delle democrazie consolidate: le principali forze politiche competono per governare il sistema, non per ridefinirne le regole.
In queste condizioni il voto ha perso il carattere di scelta drammatica che può aver avuto nel post seconda guerra mondiale, o comunque nei periodi di forte conflitto politico.
Quando gli elettori percepiscono che le conseguenze delle diverse opzioni politiche sono relativamente contenute, la partecipazione tende naturalmente a perdere urgenza. L'affluenza misura, di fatto, la posta in gioco.
Se chiunque vinca la possibilità di guidare il paese, il paese continuerà ad essere riconoscibile, i bambini continueranno ad andare a scuola, gli ospedali, i giornali e le forze dell’ordine non si sposteranno di un millimetro, il cittadino può iniziare a percepire la partecipazione elettorale come meno urgente rispetto ad altre attività della propria vita quotidiana.
A questo si aggiunga che anche il benessere economico contribuisce a questa trasformazione. Quando la sopravvivenza materiale è relativamente garantita, la politica tende a occupare una porzione minore della vita mentale delle persone. Il lavoro, la famiglia, il tempo libero, i consumi e gli interessi personali possono assumere un peso crescente. Il voto diventa una possibilità tra le molte della giornata.
È nelle società poco stabili che accade il contrario. Quando il reddito è precario, quando i diritti appaiono fragili o quando il potere politico può modificare le condizioni di vita, la partecipazione tende ad aumentare. La politica torna a essere percepita come una questione che merita attenzione e quindi voto.
La storia offre numerosi esempi di questo fenomeno. Le elezioni percepite come spartiacque tendono a mobilitare gli elettori molto più di quelle in cui prevale l'aspettativa di continuità.
Questo non significa che ogni forma di astensione sia un segnale di salute democratica. Una parte dell'astensionismo nasce certamente dalla sfiducia, dalla distanza dai partiti e dalla sensazione di non essere rappresentati. Tuttavia ridurre l'intero fenomeno a questa sola causa rischia di produrre una diagnosi incompleta. C’è anche il nome: fallacia della causa unica. Spiegare fenomeni multidimensionali attraverso una singola causa privilegiata.
La possibilità che una spiegazione sia corretta non implica che sia sufficiente per tutti i fenomeni, in tutti i casi. Molti fenomeni sociali sono il risultato di fattori che agiscono simultaneamente e che non possono essere ridotti a una sola variabile dominante.
Edgar Morin ha passato la vita a criticare esplicitamente la monocausalità sostenendo in modo convincente che i fenomeni sociali emergono dall’interazione di molteplici fattori in retroazione e che se si prende in considerazione un’unica causa, fosse anche la più impattante, si trascurano le altre che, sommate, possono essere maggiori rispetto alla causa unica.
Probabilmente l’errore iniziale è quello di considerare automaticamente la grande partecipazione come un bene e la partecipazione ridotta come un male. La libertà politica comprende anche il diritto di non partecipare. Chiunque può legittimamente e liberamente pensare che nel contesto in cui si trova si sente a suo agio a dare delega implicita, con moderata indifferenza, a chi invece ha piacere di andare a votare.
In questa prospettiva l'astensione non equivale necessariamente a un rifiuto del sistema. In alcuni casi può rappresentare una forma non esplicita di accettazione del suo funzionamento.
Come accade per molte infrastrutture ci si accorge della loro importanza soprattutto quando smettono di funzionare. Finché la democrazia appare stabile, prevedibile e resistente agli estremismi, una parte dei cittadini può semplicemente ritenere che il proprio voto non sia indispensabile, dando per scontato che continuerà a funzionare anche senza il loro intervento diretto.
Il paradosso è che il successo della democrazia può produrre comportamenti, come l’astensione, che in alcuni casi rappresentano una conseguenza della fiducia nella stabilità del sistema e che vengono invece interpretati come segnali della sua crisi.
Oltre che da ragioni strumentali, questa interpretazione può essere favorita da diversi meccanismi cognitivi. Il false consensus effect porta chi attribuisce grande importanza alla politica a presumere che la stessa importanza sia condivisa dalla maggioranza dei cittadini. L'availability bias porta invece a sovrastimare il peso che la politica occupa nella vita delle persone semplicemente perché occupa una parte rilevante della propria. Il curse of knowledge rende infine difficile immaginare il punto di vista di chi segue poco la politica e ne conosce solo gli aspetti essenziali. Può così risultare difficile comprendere che molti elettori attribuiscano alla politica un peso minore e considerino l'esito elettorale insufficientemente rilevante da giustificare la partecipazione al voto.