Varie ricerche dimostrano come l'umorismo attivi attenzione, memoria e partecipazione, trasformando una presentazione in un'esperienza che il cervello ricorda davvero.
Questa situazione vi è familiare?
Sul palco o in una riunione aziendale, un relatore sta leggendo parola per parola un discorso con lo stesso tono di un'aspirapolvere degli anni '80. In quel preciso istante, la vostra anima decide di abbandonare il corpo per andare a farsi un giro nel parcheggio, preferendo la compagnia di un parchimetro piuttosto che restare un minuto di più in quella stanza.
Ecco, io ho fatto una promessa a me stesso molto tempo fa: preferirei vendere ghiaccioli agli eschimesi (professione che, visti i cambiamenti climatici, ha un futuro sempre più solido) piuttosto che diventare quel relatore.
Perché esiste un pregiudizio millenario secondo cui se un tema è "serio" (l'innovazione tecnologica, la leadership, la strategia aziendale…) allora la presentazione deve avere lo stesso brio di un catalogo di bulloni zincati. (Per quanto, se li sai raccontare bene, anche i bulloni possono avere una loro epicità. Ma non divaghiamo.)
Ma chi l'ha detto? Chi ha stabilito che la professionalità debba per forza indossare la maschera della noia mortale? Io dico che è vero l'esatto contrario, e per una volta non ve lo dice solo il comico di turno che ha un interesse a dirvelo: ve lo dice l'elettroencefalogramma.
Il cervello non è un magazzino, è una pista da ballo
Volete qualche prova? Sedetevi comodi. O restate in piedi, se state leggendo sul tram cercando di non cadere addosso al vicino — capita, e comunque anche quella è una forma di apprendimento esperienziale.
Una ricerca del 2025, pubblicata su Current Psychology con il titolo "The role of related humor in facilitating instructional information processing in video lectures", ha deciso di spiare letteralmente dentro la testa delle persone mentre imparano.
I ricercatori hanno preso 25 studenti universitari e hanno fatto loro seguire due tipi di video-lezioni di vocabolario inglese — parole toste, di quelle che manco i madrelingua usano al bar. Una lezione era "neutra": ogni parola veniva illustrata con una frase esemplificativa presa pari pari dal dizionario, seria e ineccepibile. L'altra lezione, per le stesse identiche parole, sostituiva quelle frasi con esempi scritti apposta per far ridere, ma sempre legati al significato della parola. Mentre questi coraggiosi volontari cercavano di farsi entrare in testa termini che non useranno mai in vita loro, i ricercatori misuravano la loro attività cerebrale tramite elettroencefalografia (EEG): elettrodi sulla testa, niente trucchi, solo neuroni che fanno il loro lavoro sotto osservazione.
I risultati sono stati sorprendenti anche per chi, come me, ci scommetteva da anni senza avere uno straccio di prova scientifica in tasca: quando entrava in gioco l'umorismo pertinente al contenuto, nel cervello degli studenti si accendevano in modo massiccio le oscillazioni beta e le oscillazioni theta.
Le onde beta sono, semplificando parecchio, il sistema di allarme dell'attenzione: dicono al cervello "ehi, sta succedendo qualcosa di rilevante, non distrarti proprio ora". Le onde theta, invece, sono più simili ad archivisti solerti: si occupano di prendere l'informazione appena arrivata e chiuderla a chiave nella memoria di lavoro, quella che poi — se tutto va bene — diventa memoria a lungo termine.
In pratica: grazie a una battuta pertinente, il cervello degli studenti si è illuminato come un albero di Natale a Las Vegas, con tanto di luci intermittenti e un certo eccesso di entusiasmo.
Il dettaglio più bello: il cervello sa cose che voi non sapete di sapere
C'è un punto di questo studio che trovo geniale, e che vale la pena raccontare per intero perché è più sottile — e più interessante — di quanto sembri a prima vista.
Se aveste fermato questi studenti all'uscita e chiesto "ehi, ti sei divertito con quelle frasi buffe?", vi avrebbero risposto di sì senza esitare: la motivazione auto-dichiarata, cioè quanto si sentivano coinvolti e vogliosi di continuare a imparare, era nettamente più alta nella versione umoristica. Fin qui, nulla di sorprendente.
Ma se invece gli aveste chiesto "quindi, hai capito il significato di quelle parole più a fondo grazie alle battute?", la risposta sarebbe stata un'alzata di spalle: sul piano della comprensione percepita, gli studenti non sentivano alcuna differenza tra le due versioni. Eppure i test di memoria hanno raccontato una storia diversa: chi aveva seguito la versione umoristica ricordava significativamente più vocaboli, a prescindere da quanto "sentisse" di averli capiti meglio.
In pratica: il cervello elaborava le informazioni più a fondo — lo dicono le onde theta, quelle della codifica in memoria — anche quando la persona non aveva la minima consapevolezza di questo lavoro extra. Ridere, insomma, ci rende più bravi a imparare anche in un pezzo che il nostro giudizio cosciente non riesce a misurare da solo — un po' come quando pulite casa mentre siete al telefono e vi accorgete solo dopo di aver anche stirato tre camicie.
Questo è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque organizzi formazione, eventi aziendali o semplicemente debba tenere un discorso davanti a più di tre persone sveglie. Non stiamo parlando di "intrattenere per intrattenere". Stiamo parlando di un meccanismo neurologico misurabile che aumenta l'efficacia di ciò che comunicate, anche quando il pubblico stesso non se ne rende conto.
Perché la serietà dell'argomento non c'entra nulla
Il punto debole del pregiudizio "le cose serie vanno trattate seriamente" è che confonde il tono con il contenuto. Sono due variabili diverse, e trattarle come se fossero la stessa cosa è un errore che costa caro in termini di attenzione e memoria del pubblico.
Potete parlare di sostenibilità, di cambiamento climatico, di ristrutturazione aziendale, di sicurezza sul lavoro, argomenti che meritano tutto il rispetto del mondo, usando comunque un registro che tenga sveglie le onde beta e occupati gli archivisti theta. Il contenuto resta serio. Il tono può permettersi di respirare.
Anzi: se il messaggio è davvero importante, avete un motivo in più per non affidarlo a una modalità di trasmissione che il cervello del vostro pubblico tende naturalmente a ignorare. Una slide letta a voce alta con tono monocorde non è più "professionale": è semplicemente meno efficace, e ora abbiamo l'EEG a dimostrarlo.
Non è la strada facile, ma è quella che funziona
Va detto con onestà: costruire un intervento che faccia ridere e insegni qualcosa allo stesso tempo non è la scorciatoia pigra che qualcuno immagina. È faticoso quanto fare jogging in salita con uno zaino pieno di sassi. Richiede di conoscere bene il contenuto, conoscere bene il pubblico, e trovare il punto esatto in cui i due si incontrano senza che la battuta prenda il sopravvento sul messaggio (di questo equilibrio delicato — l'umorismo che serve al contenuto invece di distrarre da esso — vale la pena parlare in modo approfondito, perché è lì che si gioca davvero la partita).
Ma è la strada che funziona meglio. Aumenta l'attenzione. Migliora la memoria. E lascia nella sala qualcosa che nessuna slide perfettamente impaginata, da sola, potrà mai lasciare: la sensazione che quell'ora del vostro tempo sia valsa la pena.
Quindi, la prossima volta che qualcuno vi dirà che "non è il momento di scherzare perché la questione è seria", guardatelo con un sorriso complice e pensate che, poverino, non ha ancora letto lo studio giusto.
Riferimenti
Zhou, Weichen; Lee, Jun Choi, “The Role of Related Humor in Facilitating Instructional Information Processing in Video Lectures: Insight from EEG”, in Current Psychology, vol. 44, Cham, 2025, pp. 18027–18037.
Zhou, Weichen; Lee, Jun Choi, “Teaching and Learning with Instructional Humor: A Review of Five-Decades Research and Further Direction”, in Frontiers in Psychology, vol. 16, Losanna, 2025, art. 1445362.