L’auto rossa
Hai deciso che la prossima auto sarà una Mazda MX-5 rossa, non che a me piaccia particolarmente ma mi è saltata all’occhio. Non l’hai ancora comprata né provata, hai solo messo a fuoco l’idea. Da quel momento succede una magia, le MX-5 rosse sono ovunque: nel parcheggio dell’ufficio, al semaforo, nel feed di Instagram. Fino a ieri non ne avevi mai vista una.
Le auto non si sono multiplicate, né Siri ti stava leggendo il Pensiero, il tuo cervello ha cambiato i parametri di quello che considera rilevante o, per meglio dire, saliente.
Questo fenomeno ha un nome nella letteratura neuroscientifica: si chiama bias di attenzione selettiva, noto anche come effetto Baader-Meinhof. Il meccanismo che lo governa è uno dei sistemi più potenti e meno compresi del nostro apparato cognitivo.
Il filtro che non sai (sapevi) di avere
Ogni secondo il tuo cervello riceve circa undici milioni di bit di informazione sensoriale, di questi la tua mente cosciente ne elabora tra quaranta e cinquanta. Il resto viene scartato prima ancora di arrivare alla tua consapevolezza (Levitin, 2014).
Chi decide cosa entra e cosa resta fuori?
Per decenni la risposta è stata attribuita al Sistema di Attivazione Reticolare (SAR), una rete di neuroni situata nel tronco encefalico che regola il livello di vigilanza e filtra gli stimoli sensoriali in ingresso. Il SAR è il motivo per cui non senti il ronzio del condizionatore ma ti giri di scatto se qualcuno pronuncia il tuo nome in una stanza affollata.
La ricerca neuroscientifica più recente ha affinato il quadro: Il SAR gestisce l’attivazione generale, il fatto stesso di essere svegli e vigili, la selezione fine di ciò che consideriamo rilevante è opera di un sistema più sofisticato, la rete di salienza, centrata nell’insula anteriore e nella corteccia cingolata anteriore (Menon & Uddin, 2010). Questa rete integra informazioni sensoriali con i nostri obiettivi, le nostre emozioni e i nostri ricordi, e quando trova una corrispondenza, alloca risorse attenzionali su quegli stimoli.
In termini pratici: il tuo cervello non vede il mondo com’è, ma attraverso il filtro di ciò che per te è importante. Meno male quel filtro non è fisso ma si riconfigura in base a quello su cui ti concentri.
Questa è la notizia buona. Quella cattiva è che il filtro funziona anche al contrario.
Due modi di stare al mondo: confusione o direzione
Immagina due professionisti con lo stesso livello di competenza, lo stesso mercato e le stesse risorse. Uno cresce, l’altro gira in tondo come un criceto sudato sulla ruota.
La differenza raramente è nelle capacità tecniche, più spesso la troviamo nella qualità del filtro attenzionale che ciascuno dei due ha impostato.
Chi ha chiarezza su ciò che conta: i propri valori, la gerarchia dei propri obiettivi, il senso di ciò che sta costruendo, ecc. attiva un sistema di ricerca interno che lavora ventiquattro ore su ventiquattro. Il cervello inizia a notare connessioni, opportunità e risorse che prima erano invisibili perché non rientravano nei parametri di rilevanza.
Sai quando cerchi le chiavi, non le trovi, e poi scopri che stavano sul tavolo? Spesso è perché incosciamente hai la convizione che siano altrove e non sul tavolo.
Chi non ha questa chiarezza vive in uno stato che potremmo chiamare “rumore attenzionale”. Il cervello riceve gli stessi undici milioni di bit, ma non sa cosa privilegiare e finisce per entrare in una forma sottile e pervasiva di affaticamento cognitivo: la sensazione di essere sempre occupati senza mai avanzare, di reagire agli eventi invece di orientarli e di avere troppe priorità (che è un altro modo per dire nessuna).
Non si contano ormai più gli studi che dimostrano come le persone con elevata chiarezza del concetto di sé prendono decisioni migliori non perché siano più intelligenti, ma perché identificano con maggiore velocità le risorse che soddisfano i propri obiettivi. La chiarezza interna si traduce in efficienza decisionale esterna.
Obiettivi specifici e chiari producono performance superiori del 20-25% rispetto a obiettivi vaghi o assenti. Questo perché l’obiettivo chiaro orienta l’attenzione, e l’attenzione orientata trova quello di cui c’è bisogno.
I valori come sistema operativo
Se il filtro attenzionale decide cosa noti del mondo, la domanda diventa: chi programma il filtro?
Una risposta è “i valori”.
I valori non sono concetti astratti da appendere alla parete dell’ufficio (bellissimi quando sono prodotti da un ufficio marketing). Sono i criteri con cui il cervello assegna rilevanza, sono un codice sorgente del filtro. Quando una persona dice “per me è importante la libertà”, sta dicendo al proprio sistema attenzionale di dare priorità a tutto ciò che riguarda la libertà (opportunità, vincoli, conversazioni, scelte) e di abbassare il volume su tutto il resto.
Il problema è che la maggior parte delle persone non ha mai fatto un lavoro sistematico sui propri valori, e non facendolo le persone figuriamoci le aziende (che poi di persone sono fatte). Le persone più evolute li conosce conoscono I propri valori in modo vago, a volte li confondono con i desideri, e non sempre hanno idea di come siano ordinati tra loro.
Una persona che mette al primo posto la sicurezza e al secondo la crescita prenderà decisioni radicalmente diverse da una persona che ha la stessa lista in ordine inverso. La prima rifiuterà un’opportunità rischiosa anche se promettente mentre la seconda la coglierà anche se spaventosa. Entrambe sentiranno di aver fatto la cosa giusta perché entrambe hanno rispettato la propria gerarchia. Ora iniziamo a comprendere che se non sai quale sia la tua, ogni decisione diventa un conflitto interno, una negoziazione tra parti di te che tirano in direzioni opposte.
Nel coaching si usa un metodo strutturato per far emergere questa gerarchia. Si parte dalla domanda “cosa è più importante per te nella vita?”, si raccolgono da otto a dodici valori, e poi li si confronta a coppie: “tra A e B, quale conta di più?” Il risultato è una lista ordinata che spesso
sorprende chi la compila perché scopre che la priorità dichiarata non coincide con quella reale. E che magari il valore “Sicurezza” è in realtà il valore “Autonomia”, solo perchè spesso diamo un nome alle cose in modo troppo veloce, peccato che il cervello il significato lo conosca: si orienterà seguendo quello e non la tua fretta nel nominarlo.
Il passo successivo è verificare le regole: “cosa deve succedere perché tu senta di vivere questo valore?” Qui emergono i veri blocchi. Se il tuo primo valore è la libertà ma la regola per sentirti libero è “che nessuno mi dica cosa fare”, hai un valore nobile con una regola che dipende interamente dagli altri. Il tuo filtro attenzionale cercherà conferme di costrizione ovunque e le troverà, perché il cervello trova sempre ciò che cerca.
Una regola sana è una regola che puoi soddisfare anche in solitudine, se hai bisogno di condizioni esterne perfette per sentirti allineato ai tuoi valori, il sistema è fragile. Se puoi soddisfare le tue regole con le tue azioni, il sistema diventa antifragile: più lo stressi, più si rinforza.
La gerarchia degli obiettivi: dal sogno al processo
Se i valori orientano il filtro, gli obiettivi gli danno un bersaglio.
John Whitmore, nel suo lavoro sul modello GROW (2009), ha introdotto una distinzione che ha cambiato il modo in cui professionisti e organizzazioni pensano alla pianificazione personale: la gerarchia degli obiettivi su quattro livelli. Altra persona che ha fatto una splendida gerarchia è Warren Buffett, ma qui facciamo una passata sul metodo di Whitmore.
L’obiettivo sogno è il grande perché. Non è misurabile, non ha scadenza, e non è mai completamente raggiungibile. È la visione, il tipo di vita che vuoi costruire, il tipo di professionista che vuoi diventare, il contributo che vuoi lasciare. La sua funzione non è operativa ma energetica: tenerlo a mente è benzina per i momenti di fatica. Un punto in un futuro indefinito in grado di creare una tensione costante.
L’obiettivo finale è la manifestazione concreta del sogno. È specifico, ha un orizzonte temporale, ma non è completamente sotto il tuo controllo. Dipende anche da variabili esterne, altre persone, o condizioni di mercato.
Gli obiettivi di performance sono i traguardi tangibili che portano verso l’obiettivo finale. Sono al 99% sotto il tuo controllo. Se l’obiettivo finale è vincere una gara, l’obiettivo di performance è correre i cento metri in meno di undici secondi.
Gli obiettivi di processo sono i singoli passi da compiere. Sono al 100% sotto il tuo controllo. Sono gli unici su cui puoi lavorare oggi, adesso, in questo momento. Si compongono di singoli comportamenti e spesso sono anche intercambiabili. Se l’obiettivo di processo è una dieta funzionale alla performance, avrai la libertà di cambiare dieta anche tutte le settimane se ne trovi di più funzionali.
La maggior parte delle persone vive a uno solo di questi livelli. Chi sogna senza pianificare ha visione ma non trazione. Chi esegue processi senza visione ha disciplina ma non direzione. La potenza del modello è nell’allineamento tra i quattro livelli: quando il processo di oggi serve la performance di questo mese, che porta all’obiettivo finale di quest’anno, che realizza un frammento del sogno di una vita, ecco che il filtro attenzionale ha un lavoro chiarissimo da fare, e lo fa.
Quando il cervello lavora per te: il circolo virtuoso
Il meccanismo, una volta compreso, è quasi circolare. La chiarezza nei valori definisce cosa è importante, l’importanza programma il filtro attenzionale, il filtro fa emergere dalla realtà le informazioni rilevanti, le informazioni rilevanti alimentano decisioni. Migliori decisioni producono migliori risultati, e i risultati rafforzano la chiarezza nei valori.
Questo ciclo ha un parallelo documentato nella letteratura sul coaching: il ciclo convinzioni-potenzialità-azioni-risultati. Le convinzioni che abbiamo determinano quali potenzialità vediamo in noi stessi, le potenzialità percepite determinano le azioni che intraprendiamo, le azioni producono risultati, i risultati confermano (o modificano) le convinzioni di partenza. (Da qui anche le profezie che si autoavverano: se hai la convizione di non essere in grando, non sarai in grado).
Se le convinzioni sono limitanti (“non sono il tipo di persona che…”), il ciclo gira al ribasso: vedi meno potenziale, agisci meno, ottieni meno, confermi la convinzione. Se le convinzioni sono espansive (“posso imparare a…”), il ciclo gira al rialzo.
Il filtro attenzionale, in altre parole, non seleziona solo informazioni ma anche i significati.
L’esercizio che cambia la prospettiva
Tutto questo si può attivare con un esercizio strutturato. Il primo passo è fare una lista dei propri valori, non quelli che suonano bene, ma quelli che guidano le scelte reali. Se dici che la famiglia è al primo posto ma passi dodici ore al giorno in ufficio, c’è una discrepanza tra valori dichiarati e valori agiti. Il lavoro non è giudicarsi, è guardarsi con onestà.
Il secondo passo è ordinarli: confronto a coppie, senza pensarci troppo rispondendo alla semplice domanda “se dovessi scegliere tra A e B, quale sacrificherei?” La prima risposta istintiva è quasi sempre quella giusta.
Il terzo passo è definire le regole: “cosa deve succedere perché io senta di vivere questo valore?” Qui si scopre dove il sistema perde tenuta con regole che dipendono dagli altri, condizioni impossibili, aspettative irrealistiche.
Il quarto passo è ridefinire le regole in modo che siano sotto il proprio controllo. Non “che gli altri mi rispettino” ma “che io agisca in modo da meritare rispetto”. Il valore è lo stesso, la regola è diversa e, come abbiamo già letto, il filtro attenzionale di conseguenza cerca cose diverse.
Chi completa questo percorso descrive un’esperienza ricorrente: la sensazione che il mondo non sia cambiato, ma che si sia fatto più leggibile. Le opportunità non sono aumentate, sono diventate visibili.
Gli scettici la chiamano magia o fuffa. Nel frattempo I nostri filtri cognitivi fanno il loro lavoro.
Il costo della confusione
Vale la pena spendere una parola sul costo di non fare questo tipo di lavoro (o lavori simili).
La confusione valoriale è uno stato energivoro. Il cervello di una persona che non sa cosa è prioritario spende risorse cognitive per valutare ogni singolo stimolo da zero, senza parametri di
riferimento. Gli studi sul rimuginìo (worry, rumination) stimano che il 90% del pensiero ripetitivo riguardi le stesse questioni irrisolte e le loro conseguenze negative; un processo che consuma glucosio, riduce la capacità di concentrazione e abbassa la performance complessiva.
Nathaniel Branden, nel suo lavoro sui sei pilastri dell’autostima (1994), ha collegato la chiarezza interiore alla capacità di vivere con intenzionalità: sapere cosa si vuole, formulare un piano per ottenerlo, e monitorare i risultati. Non è un caso che le persone con alta autostima siano anche quelle che descrivono con maggiore precisione i propri valori e obiettivi. La chiarezza non garantisce il successo, ma la confusione garantisce lo spreco.
Cosa sucede a Lavoro, in ufficio, in un team
Rendiamo concreto tutto questo ragionamento.
In ogni ambiente di lavoro arriva il momento in cui dobbiamo dire a un collega di "lavorare in modo più ordinato", di "seguire meglio i processi", di "essere più attento". Richieste legittime, che partono tutte dallo stesso presupposto: riuscire a fare ordine nelle priorità.
Mettiamo per un momento da parte il tema della delega ben fatta e restiamo sul piano cognitivo. Riuscire ad applicare un metodo per dare priorità all'esterno quando non si riesce a darsi priorità all'interno è un'operazione complessa. Spesso si chiede alle persone di agire comportamenti senza aiutarle a sviluppare le competenze necessarie per esprimerli, e senza far apprezzare il valore di quell'approccio.
Una persona che tende a lavorare in urgenza, veloce, saltando da un'attività all'altra, suscita in chi la osserva un giudizio quasi automatico: è una casinista, non si sa organizzare. Ma se partiamo dal presupposto che rovinarsi la giornata non piace a nessuno, dobbiamo assumere che non riesca a fare altrimenti. L'inghippo va cercato o dentro quella persona, nel suo filtro attenzionale non orientate, o nel contesto in cui opera.
Se ti agiti e io mi limito a dirti "stai calmo", immagino che anche tu mi manderesti a quel paese.
Quando una persona sperimenta su di sé la forza di un'attenzione orientata, quando nota che il proprio cervello inizia a lavorare con lei e non contro di lei, le diventa più naturale trasportare quella chiarezza su altre aree della giornata. Comprese quelle lavorative.
L'alternativa è insegnare un metodo, un processo, che sarà vittima di un filtro attenzionale non settato. Mantenendoci il lusso di poterci lamentare di quella persona.
Una sola domanda
Se dovessi riassumere tutto in un’unica indicazione, sarebbe questa: sappi cosa è importante per te, e mettilo in ordine, il tuo cervello farà il resto. Perché è progettato per funzionare così. Milioni di anni di evoluzione hanno costruito un sistema di filtraggio attenzionale che privilegia ciò che è rilevante per la sopravvivenza e il raggiungimento degli obiettivi. Oggi la sopravvivenza non è più il problema. Ma il meccanismo è identico: dai al tuo cervello un bersaglio chiaro e inizierà a mostrarti tutto ciò che serve per raggiungerlo.