La tesi di questo articolo non riguarda la giustizia o la superiorità di qualcuno rispetto a qualcun altro, ma l’eccezionalità dell’Occidente (proprio perché fuori dalla norma delle società) che è stato capace di costruire istituzioni dedicate alla fallibilità: la scienza, la peer review, la separazione dei poteri, la libertà di parola, la libertà di stampa, il processo accusatorio, la critica filosofica, l’università, la revisione costituzionale e così via. 

L'autocritica in questa ottica è un caso particolare della proprietà generale della civiltà che istituzionalizza la correzione dei propri errori.

Non sono certo il primo a notare che nel dibattito pubblico europeo e nordamericano l'autocritica occupa una posizione centrale. Colonialismo, schiavitù, razzismo, imperialismo, discriminazioni e guerre costituiscono una presenza costante nella memoria culturale collettiva.

Scuole, università, media, produzioni artistiche e istituzioni culturali dedicano una quantità enorme di risorse alla rilettura critica del passato occidentale, spesso, se non sempre, applicando criteri morali contemporanei per giudicare il passato dei propri antenati.

Questa sensibilità e autoresponsabilizzazione viene considerata come una virtuosa conseguenza naturale della maturazione morale delle società democratiche.

Se  le società democratiche acquisiscono consapevolezze avanzatissime sui diritti e sul rispetto, allora discende che le società che non hanno ancora acquisito questi diritti, questi ragionamenti, sono arretrate e meno democratiche. Ne discende anche il fatto che noi consideriamo la sensibilità una maturazione morale, come l'indicazione di una maggiore evoluzione, quindi di una superiorità di una civiltà rispetto all'altra.

Ma dobbiamo notare anche che ci torna più confortevole farlo quando il confronto è tra quello che siamo noi ora e quello che eravamo, invece che farlo tra quello che siamo noi ora e quello che sono altre società a noi contemporanee. 

Vale però la pena osservare che l’esistenza di una autocritica di questa portata, così estesa e pervasiva, rappresenta un fatto storico eccezionale.

Ogni civiltà ha prodotto guerre, schiavitù, conquiste e discriminazioni e molte continuano ancora a farlo. Ciò che distingue l'Occidente contemporaneo è la naturalezza con cui riesce a trasformare ogni presunta colpa degli antenati in odio di sé e in oggetto di un esame pubblico permanente. 

L’autocritica dell'Occidente è diventata una delle sue principali produzioni culturali. Questo genera un paradosso raramente osservato: i criteri morali utilizzati per giudicare il passato occidentale sono il risultato di un'evoluzione culturale e politica sviluppatasi all'interno dello stesso Occidente.

La coscienza che denuncia la schiavitù, il razzismo o il colonialismo non proviene dall'esterno del sistema storico che giudica, non proviene dall’esterno dell’Occidente, ma viene proprio da quella stessa società che ha praticato schiavitù, razzismo e colonialismo e se ne è saputa allontanare a differenza delle società che non se ne sono allontanate.

Nessun sistema per quanto intelligente è in grado di ricordare tutto. Ogni individuo costruisce la propria identità attribuendo maggiore importanza ad alcuni eventi e minore importanza ad altri. Lo stesso fanno le società costruendo rappresentazioni del passato in cui alcuni eventi vengono richiamati e altri scompaiono. Nel caso occidentale le colpe storiche possiedono una rilevanza simbolica enorme, mentre molte delle innovazioni istituzionali e cognitive che hanno caratterizzato la storia europea e nordamericana tendono a diventare invisibili proprio a causa della loro diffusione e del loro successo.

Gli organismi biologici concentrano la propria attenzione sugli errori, sulle anomalie e sulle minacce. Gli elementi che funzionano correttamente tendono a diventare trasparenti. Nessuno dedica molta attenzione al proprio sistema immunitario quando va tutto bene. La coscienza viene interessata più facilmente dai problemi.

Qualcosa di simile sembra accadere nelle società. La libertà di parola, quella religiosa, l'indipendenza dei poteri, l’uguaglianza tra i sessi e la ricerca scientifica diventano visibili soprattutto quando vengono  minacciati. Finché funzionano, vengono percepiti come normali al punto che le conquiste tendono a dissolversi sullo sfondo della percezione collettiva mentre gli errori sono sempre sotto i riflettori. 

La schiavitù rappresenta un buon esempio tra i tanti possibili. Viene spesso raccontata come una colpa tipicamente occidentale, mentre una prospettiva storica più ampia restituisce un quadro molto diverso. Si può dire che, fino a Gesù, non esisteva in alcun posto del mondo l'idea che tutti gli uomini fossero uguali, né perché figli di Dio, né per altre ragioni. La schiavitù è stata una pratica quasi universale. Anche la tratta atlantica, che occupa una posizione centrale nella memoria contemporanea, non fu un fenomeno esclusivamente europeo. Gli schiavi venduti nelle Americhe venivano generalmente catturati, ridotti in schiavitù e commercializzati da regni, città e gruppi africani. Si trattava di un sistema economico internazionale che attraversava confini etnici, religiosi e geografici. Se, idealmente, molti bianchi possono avere antenati padroni di schiavi altrettanto vero è che molti discendenti di africani possono aver avuto antenati catturatori e commercianti di schiavi.

Ricordare questo contesto non significa attenuare le responsabilità europee né ridurre la gravità morale della schiavitù. Significa semplicemente riconoscere che non ci troviamo di fronte a una deviazione peculiare dell'Occidente, ma a una pratica profondamente radicata nella storia dell'umanità e condivisa, in forme diverse, da gran parte delle civiltà conosciute.

Se dunque la schiavitù, per migliaia di anni è stata una componente ordinaria dell'organizzazione sociale, il fatto storico più interessante e significativo riguarda la sua delegittimazione. La vera anomalia storica, la discontinuità, è la comparsa di una civiltà che ha iniziato a considerare moralmente inaccettabile un'istituzione che per millenni era stata percepita come normale.

Se dovessimo attribuire una colpa morale permanente agli antenati che parteciparono a questo sistema, dovremmo allora riconoscere con altrettanta chiarezza il ruolo di quegli altri antenati che, spesso all'interno delle stesse società e talvolta nella stessa epoca, iniziarono a considerarlo intollerabile come nessun altro nel mondo aveva mai fatto. La storia occidentale non contiene soltanto schiavisti. Contiene anche i primi movimenti abolizionisti, le prime campagne politiche organizzate contro la schiavitù, le prime argomentazioni universalistiche contro la proprietà di esseri umani e le prime trasformazioni istituzionali che portarono alla sua abolizione legale.

Se la memoria conserva i primi e dimentica i secondi, non produce una comprensione più accurata del passato. Produce semplicemente una sua rappresentazione incompleta.

Lo stesso schema compare in molti altri ambiti. La progressiva estensione dei diritti alle donne, la tutela dell'infanzia, delle persone con disabilità, l'universalizzazione dell'istruzione, la libertà di coscienza e la protezione giuridica dell'individuo non emergono come fenomeni spontanei distribuiti uniformemente nel pianeta. Per gran parte della storia umana, la subordinazione delle donne, il lavoro infantile, la persecuzione religiosa e numerose altre forme di discriminazione costituivano la normalità. La particolarità della traiettoria occidentale non risiede nell'assenza di tali pratiche, ma nello sviluppo di una pressione culturale, morale e istituzionale che le ha progressivamente rese inaccettabili e ne ha promosso l'abolizione, almeno nelle società occidentali.

Questo processo non fu né rapido né coerente. Le stesse società che iniziarono a sviluppare questi principi continuarono a lungo a violarli. La storia delle istituzioni occidentali è costellata di contraddizioni, arretramenti e compromessi.

Nessuna conquista, tanto mai questa, è nata perfetta. Nessuna si è affermata senza contraddizioni. Ciò che colpisce è la presenza di meccanismi capaci di generare una pressione continua verso la revisione delle istituzioni esistenti.

La critica moderna del razzismo, del colonialismo e della subordinazione femminile assume la sua forma più sistematica all'interno delle società occidentali. Persino la critica dell'Occidente nasce in Occidente. La civiltà che viene accusata produce contemporaneamente una parte significativa degli strumenti concettuali democratici utilizzati per accusarla.

L'origine dell'autocritica occidentale

Se l'autocritica collettiva è davvero uno dei motori del progresso morale, vale la pena chiedersi perché fenomeni analoghi non sembrino manifestarsi con la stessa intensità in altre grandi tradizioni culturali e politiche. Nella tradizione islamica classica il fondamento dell'ordine sociale non è il diritto individuale ma la conformità alla legge religiosa. In molte interpretazioni della sharia, ancora oggi, la libertà di coscienza, l'uguaglianza tra uomo e donna, i diritti delle minoranze sessuali, i diritti dei fedeli di altre religioni  o la semplice libertà di cambiare religione risultano limitati o subordinati a principi superiori. Nella tradizione confuciana il valore centrale è l'armonia dell'ordine sociale più che l'autonomia dell'individuo. Nei regimi comunisti del XX secolo, e in quelli tuttora esistenti, il partito, la rivoluzione, la classe o il progetto storico hanno frequentemente prevalso sui diritti della persona, giustificando repressioni, persecuzioni e sacrifici umani su larga scala. Pur nelle loro profonde differenze, questi sistemi condividono un elemento comune: l'individuo non costituisce il riferimento ultimo dell'ordine morale e politico. La convinzione che ogni persona possieda diritti fondamentali opponibili allo Stato, alla religione, alla comunità e persino alla maggioranza rappresenta invece uno dei tratti più distintivi della modernità occidentale.

Le radici di questo fenomeno sono probabilmente molteplici. Una componente importante deriva dalla tradizione filosofica greca. Con i Greci si consolida l'idea che le affermazioni possano essere valutate indipendentemente dal prestigio di chi le pronuncia. La ricerca delle ragioni assume un valore autonomo. La discussione pubblica diventa una tecnologia cognitiva. Il dissenso non viene eliminato ma incorporato nel processo di produzione della conoscenza. Una seconda componente deriva dal cristianesimo.

Nel Cristianesimo l'idea che ogni essere umano possieda una dignità intrinseca perché creato a immagine di Dio introduce una tensione permanente tra la realtà delle istituzioni e un ideale morale universale. Per secoli questa tensione rimane incompiuta e spesso contraddetta dai comportamenti concreti. Continua però a esercitare pressione sulle strutture sociali.

Una terza componente deriva dalla frammentazione politica europea. Regni, città, università, chiese e principati producono un ambiente competitivo che rende difficile il controllo totale del pensiero.

Una quarta componente deriva dalla rivoluzione scientifica e dalla diffusione dell'idea che ogni teoria possa essere sottoposta a verifica. La cultura della fallibilità finisce gradualmente per estendersi oltre la scienza e investire la politica, la religione, il diritto e le istituzioni sociali.

Forse la caratteristica più singolare dell'Occidente non consiste quindi nella produzione della scienza moderna, della democrazia liberale o del capitalismo. Tutti questi fenomeni sono importanti, ma potrebbero essere conseguenze di qualcosa di più profondo. La vera anomalia potrebbe risiedere nella capacità di produrre strumenti cognitivi che si rivolgono contro il sistema stesso che li ha generati.

Una volta introdotti principi come l'universalismo morale, l'uguaglianza degli esseri umani, la dignità della persona e la legittimità della critica razionale, questi principi iniziano ad agire senza riconoscere privilegi permanenti. Nessuna autorità ne rimane al riparo. Nessuna tradizione ne rimane al riparo. Nemmeno la civiltà che li ha prodotti.

Quando l'autocritica diventa cecità

Una società può integrare chiunque, ma non può rinunciare ai principi che rendono possibile l'integrazione. Da questa prospettiva l'autocritica occidentale appare come il risultato di un successo e non di un fallimento. Il problema emerge quando questo processo perde equilibrio. Una memoria collettiva che conserva quasi esclusivamente le colpe e dimentica le correzioni finisce per generare una forma di disorientamento morale collettivo. Le violenze del passato rimangono costantemente presenti nella coscienza pubblica, mentre tendono a scomparire sia le istituzioni che le hanno progressivamente contrastate sia il fatto che molte di quelle stesse pratiche continuano a esistere in altre parti del mondo.

In queste condizioni il giudizio storico diventa asimmetrico. L'attenzione si concentra quasi esclusivamente sulle responsabilità occidentali, mentre si attenua la capacità di valutare criticamente sistemi culturali e politici che non hanno sviluppato la stessa tutela dell'individuo e dei suoi diritti fondamentali. L'autocritica smette così di essere uno strumento di comprensione e rischia di trasformarsi in una forma di disorientamento.

Se una società si convince di essere soprattutto una produttrice di colpe, smette progressivamente di considerare le proprie istituzioni morali come un patrimonio da difendere. I diritti individuali, la libertà di coscienza, l'uguaglianza giuridica, la libertà religiosa, la tutela delle donne, la tutela delle minoranze sessuali e la separazione tra potere politico e religioso non vengono più percepiti come conquiste storiche fragili e reversibili. Cominciano invece a essere considerati fatti naturali, quasi inevitabili, dimenticando quanto siano stati rari nella storia umana e quanto possano facilmente essere perduti.

Le conseguenze di questo processo sono spesso paradossali. La cultura che ha elaborato la libertà religiosa finisce per considerare intollerante la difesa della libertà religiosa. La cultura che ha elaborato l'uguaglianza tra uomo e donna finisce per considerare arrogante pretendere l'uguaglianza tra uomo e donna. La cultura che ha elaborato i diritti individuali finisce per considerare etnocentrica la difesa dei diritti individuali. Ciò che un tempo era percepito come una conquista da proteggere viene progressivamente reinterpretato come una forma di dominio da superare. La capacità critica non scompare, ma cambia bersaglio: continua a individuare l'oppressione nel proprio passato mentre fatica sempre di più a riconoscerla nel presente quando si manifesta sotto forme diverse o all'interno di altre tradizioni culturali e politiche.

Ogni sistema cognitivo efficace richiede equilibrio. Una memoria che conserva soltanto i successi genera forme di autocelebrazione. Una memoria che conserva soltanto le colpe produce una rappresentazione altrettanto distorta. Comprendere una civiltà richiede la capacità di osservare contemporaneamente entrambe le dimensioni. Richiede una memoria sufficientemente ampia da contenere il dispiacere per le ombre del passato senza trasformarlo in colpa personale, e l'orgoglio per le realizzazioni, le correzioni e le innovazioni che hanno reso possibile una società più libera e più umana.