Quando troppi testi pubblicati on line, sui giornali o sui social, vengono scritti, a volte anche pensati, dall'AI, accade qualcosa alla lingua di tutti. La vittima incolpevole e poco riconosciuta è la ricchezza del linguaggio con cui comprendiamo, descriviamo e discutiamo la realtà.
Storicamente, la stampa è stata uno degli spazi in cui la lingua pubblica cresce, si arricchisce e diffonde nuove parole, espressioni e modi di descrivere i fatti. In molte nazioni i giornali hanno costruito e uniformato la lingua quotidiana della popolazione. Se però una parte significativa della scrittura viene delegata all’AI generativa, questa funzione si indebolisce.
I grandi modelli linguistici producono testi fluidi e credibili. Ormai è noto a tutti che prevedono, grazie a una base statistica sterminata, la parola o il token successivo più probabile. E anche se lo fanno in modo convincente questo li porta a privilegiare regolarità statistiche, formulazioni comuni, argomenti già stabilizzati e strutture prevedibili. Per questo un lettore mediamente attento si accorge subito se un post o un articolo sono stati scritti dall'AI. Poi magari continua a leggerlo per opportunità informativa, ma con la consapevolezza e il fastidio. Questo perché l'AI scrive in modo prevedibile, riconoscibile e anche un po' disturbante. Disturbante perché quando una forma guscio-vuoto diventa dominante si perde il senso del contenuto e si legge la forma e basta. E questo ha come effetto immediato una perdita nella capacità di trasportare significato e informazioni.
E in più il rischio aumenta quando i modelli iniziano ad addestrarsi su testi già prodotti da altri modelli. È il collasso del modello: un processo degenerativo in cui il materiale sintetico contamina i dati di addestramento successivi. Se gli spazi pubblici si riempiono di testi artificiali, il futuro ecosistema linguistico diventa più ristretto, meno esposto alla varietà sociale, stilistica e pragmatica della lingua umana.
La statistica e la regressione alla media fanno sì che, per esempio, le strutture linguistiche si riducano, i bias si rafforzino, la scrittura perda la specificità delle parole insolite, i registri si normalizzino perdendo ironia, ambiguità e sfumature di punti di vista.
La regressione alla media è quando si alza il pavimento ma si abbassa il soffitto: il sistema conserva meglio il centro della lingua, la parte ordinaria, e perde gli usi letterari, le deviazioni geniali e le parole specifiche per i fenomeni specifici. Per intenderci Calvino o Gadda non esisterebbero. Ma neanche Manzoni.
E potremmo ignorare questo fenomeno se riguardasse solamente le prestazioni dei modelli, ma ci sta andando di mezzo l'ecosistema linguistico distribuito.
Vediamo già che le persone colte che utilizzavano i trattini lunghi – per fare un inciso elegante – non lo fanno più da quando è diventato il segno distintivo dell'AI, almeno quanto lo sono le emoticon con il razzo che decolla e il bersaglietto che continuano ad accompagnare i post di linkedin. E vediamo anche, specialmente nei reel video, recitare a mente testi scritti da ChatGPT. E quindi ci tocca ascoltare persone che parlano dicendo: "l'azione brutale di Tizio non è stata un errore o un caso. È stata una scelta che ci invita a riflettere sull'importanza dell'empatia nel nostro tessuto sociale."
Non voglio dire che ogni volta che qualcuno copia e incolla da ChatGPT si proceda verso il declino assoluto: quando i testi sintetici vengono mescolati a pensieri esclusivamente umani, riscritti o integrati, praticamente non c'è danno. Ma oggi sembra che la scrittura umana venga rimpiazzata in massa e poi riutilizzata come se fosse lingua viva.
La scrittura aveva due funzioni: il senso diretto in quello che scriveva e il senso indiretto nella lingua che raccoglieva, creava, rielaborava e disseminava. Adesso Sembra che abbia rinunciato a questa seconda funzione perdendo uno dei suoi ruoli culturali più importanti.